Celiaci veri e celiaci immaginari

Contro i sovranisti all’amatriciana il falso mito del Gluten Free

Nel mio supermercato, quartiere borghese di Roma Nord, il banco Gluten Free è all’ingresso, nel posto d’onore riservato agli acquisti d’impulso fatti quando hai il carrello della spesa ancora vuoto. Quello scaffale privilegiato fino a poco tempo fa ospitava le primizie, le fragoline di bosco, le more di stagione e altre leccornie ad alto prezzo. Ora ci sono le zuppe e varie preparazioni sottovuoto destinate all’élite del consumo: le signore appena uscite della palestra a fianco, quasi tutte convinte che glutine sia sinonimo di carboidrati e quindi di adipe, cuscinetti, cellulite e altri inestetismi volgari, e quindi tutte orgogliosamente “intolleranti al glutine”.

Un recente studio dell’Università di Newcastle ci dice che questa intolleranza in sette casi su otto è falsa, stabilita in modo arbitrario, spesso auto-diagnosticata, e viene da chiedersi per quale misterioso motivo una patologia sia diventata così sexy da convincere molti a dichiararsi malati senza esserlo, a seguire una spietata dieta senza averne necessità.

Il Gluten Free è assai più di una moda. Nell’epoca che ha trasformato il cibo in definizione ideologica del sé – stai con Coldiretti o con Eataly? Con la caciotta di fattoria o col Parmigiano millesimato? - la scelta di eliminare il grano e i suoi derivati, quando non è giustificata da prescrizione medica, è l’espressione di una precisa weltanschauung, indica un’aspirazione morale. Salutismo, magrezza, capacità di autocontrollo, persone in piedi tra le macerie di questi tempi plebei che suggeriscono piuttosto amatriciane e polente col lardo. Ma c’è anche, in qualche modo, il riferimento a una singolarità genetica, una suggestione di sangue blu. Il grano, loro, proprio non lo digeriscono, gli fa male. Anche volendo non potrebbero mangiarlo: come i nobili di un tempo avevano la gotta o l’emofilia, questi hanno l’intolleranza al glutine. E quando al ristorante lo dichiarano, in apertura delle ordinazioni, si sente l’eco d’orgoglio di Lord Grantham a Downton Abbey. «Carson, dica alle cucine di sostituire questa salsa».

Il timbro aristocratico della scelta Gluten Free è evidente dall’elenco dei cibi raccomandati, che consente di distinguersi da aree culturali più grossolane e comuni. Il gran consumo di carne marca la distanza dalla massa vegetariana e vegana, dal mondo degli estremisti del pauperismo ecosolidale, dal partito dei germogli che si nutre d’erba in nome dell’anti-consumismo, dell’anti-specismo e di altre posizioni politiche giudicate scombinate. L’ampio uso di cereali e frutta esotica, insieme con l’adorazione del sushi (riso e pesce crudo, consigliatissimo) è una proclamazione di raffinatezza cosmopolita contro le ossessioni autarchiche della cultura sovranista e l’idea che si possa vivere rifornendosi alla bottega all’angolo.

Ma sono soprattutto i divieti a definire l’heimat di questi malati immaginari, poiché indicano con precisione qual è il Grande Satana, il nemico da abbattere, il modello di vita giudicato inammissibile. Il fotogramma di riferimento è senz’altro quello di Alberto Sordi e Anna Longhi, Remo e Augusta ne Le Vacanze Intelligenti, che si abboffano di pappardelle in un famoso ristorante di Venezia mentre al tavolo a fianco la principessa D’Aragona ordina prosciutto magro e olive nere. Ecco, il Gluten Free aspirazionale vuole stare al desco della principessa, e semmai capitasse di chiedere bucatini vorrebbe farlo con elegante snobismo, col tono giocoso di chi si concede un tuffo nel mondo proletario e misterioso della pasta, della pizza, delle bombe alla crema, di tutti noi poveracci che sì, dovremmo limitare i carboidrati, ma cominciamo sempre domani...


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