italia al verde il partito ambientalista non cè

Un terzo dell’Italia è coperto da foreste eppure importiamo legno: urge una politica

Le foreste avanzano, di anno in anno. Il nostro Paese è protagonista di un’evoluzione ecologica senza precedenti, ma l’economia verde è ancora poco - in alcuni, per nulla - sfruttata, come spiega Davide Pettenella, professore di Scienze forestali all’Università di Padova.

Un terzo del territorio italiano è coperto da foreste, ma quasi nessuno lo sa. Come mai?

«Nessun altro Paese europeo negli ultimi cinquant’anni ha registrato un aumento simile. La causa è il processo di abbandono delle aree agricole marginali, che comporta un’espansione naturale del bosco. Di norma l’informazione enfatizza

gli elementi negativi: quando la gente comune si informa o viene informata, il messaggio prevalente è relativo ai fenomeni distruttivi. Nel caso delle foreste si parla di incendi e così cresce una percezione sbilanciata. I miei studenti del primo anno credono che negli ultimi anni la superficie boscosa sia diminuita. Ma è l’esatto opposto. Ci sono più foreste, meno gestite, e quindi più vulnerabili».

L’Italia è il secondo importatore europeo di prodotti legnosi, dopo il Regno Unito. Per la legna da ardere siamo i primi. Crescono le foreste, ma compriamo legno. Non è assurdo?

«Dopo gli schianti, il Trentino è alla ricerca di aree per stoccare il materiale. Metterlo sul mercato subito sarebbe destabilizzante per i prezzi e non c’è nemmeno la capacità di lavorazione industriale. Ma i tronchi lasciati all’aria aperta vengono attaccati dagli insetti e si deprezzano. Si possono usare come legna da ardere, al più come pannelli, ma se ne perde del tutto il valore. È lo stesso problema delle casse di espansione per i fiumi: si potrebbero individuare prima della catastrofe, ma aspettiamo l’emergenza».

Non sarebbe più saggio potenziare la nostra filiera del legno?

«Senza dubbio.Eppure probabilmente siamo anche il maggior importatore di legname illegale. Non abbiamo statistiche, ma i nostri partner commerciali sono Paesi sensibili, con una gestione a dir poco opaca dell’approvvigionamento del legname. Non usiamo le nostre risorse, ma sfruttiamo quelle di West Africa, Balcani, alcuni paesi latino americani e del sud est asiatico».

E come mai?

«La legislazione italiana, dopo anni di interventi selvaggi nei nostri boschi, è ferrea. Questo ha indebolito la capacità di produzione interna di legname. È assolutamente opportuno proteggere per ricostruire, ma ora bisognerebbe valorizzare l’economia del nostro patrimonio boschivo, così da ridurre i costi della protezione».

È dunque possibile trasformare la foresta da costo a stimolo per l’economia?

«Assolutamente. E non solo con percorsi e attività di educazione ambientale. Bisogna pensare ai servizi, come gli asili in foresta. In Italia ne esistono ormai una sessantina. I bimbi vivono tutta la settimana in un ambiente verde, dormono e mangiano all’aperto. Altro fenomeno interessante è la forest therapy, realtà nata in Giappone e in Sud Corea con foreste riservate e programmi delle autorità sanitarie dedicati a portatori di handicap e malattie mentali. Altro esempio. C’è un enorme bisogno di pulire i boschi, curarne aree di sosta e sentieri. Potrebbe essere un’ottima occasione d’impiego nei casi di devianza sociale, esclusione, marginalità o per richiedenti asilo e rifugiati. Senza arrivare al caso estremo delle sepolture in foresta, diffuse anche in Italia, ci sono decine di iniziative su attività sportive e di formazione, per esempio nel campo teatrale».

Abbiamo scordato i benefici di un’immersione nel verde, che dire dei frutti del bosco?

«C’è stata una riscoperta dei prodotti selvatici. L’economia del castagno, dei funghi, dei tartufi. Il mercato della resina, le erbe medicinali e aromatiche. In italiano non c’è traduzione esatta per il foraging, raccolta di erbe spontanee a fini alimentari, con attività di ricerca su proprietà alimentari e tradizionali. Che poi è il “fare le erbe” dei nostri nonni».


[Numero: 149]