italia al verde il partito ambientalista non cè

Meno fustaie, più cedui così cambieranno i boschi

Venti fino a duecento km all’ora hanno infuriato sulle montagne dell’Italia alpina. Lunedì 29 ottobre un fronte d’aria calda si è levato dall’Adriatico e si è scontrato con un fronte freddo che scendeva dalle cime, innescando un uragano che ha investito i territori del Trentino Alto Adige, del Veneto, del Friuli e altre zone, raggiungendo anche aree del biellese. Si è trattato di un evento in contemporanea con altre manifestazioni violente che hanno colpito duramente il paesaggio umano e naturale di altre regioni, la Liguria, la Toscana, le città di Roma e Napoli, la Sicilia. Pochi giorni prima un altro duro colpo si era abbattuto su Cagliari e la Sardegna, e pochi giorni dopo sulla Calabria e di nuovo sulla Sicilia, questa volta causando diverse vittime. Non è una novità, il territorio italiano viene colpito ripetutamente, da molti anni, la violenza crescente e l’intensità di fenomeni atmosferici estremamente intensi mettono a dura prova il nostro mondo, ma se c’è una differenza rispetto a quel che si è manifestato, anzitutto sulle regioni del nostro nord-est, il 29 ottobre è la vastità del disastro. Il vento e l’acqua non hanno battuto ed eroso una singola foresta, una valle, una provincia.

Hanno investito un territorio così vasto da mettere in ginocchia l’economia locale per i prossimi anni. Le stime, sempre frettolose e da prendersi con precauzione, addirittura segnalerebbero quattordici milioni di alberi abbattuti, oltre trentamila ettari di bosco cancellato, il venticinque percento del bosco trentino annullato, l’un percento dell’intero patrimonio boschivo e forestale italiano compromesso. Il 29 ottobre resterà negli annali come il punto zero del nostro paese: la perdita definitiva della castità e dell’inconsapevolezza. Mai su larga scala il cambiamento climatico ci aveva colpiti così duramente. Certo i venti e le tempeste, le trombe d’aria che si sono manifestate così spesso sulle coste, da Venezia alla Liguria al golfo di Napoli, certo le alluvioni novembrine, certo le estati secche ed aride, certo i temporali – il termine “bomba d’acqua” è oramai entrato a far parte del gergo comune – che sradicano alberi nelle città, certo le nuove infestazioni di insetti e patogeni a noi sconosciuti, certo lo scioglimento dei ghiacciai sulle cime delle montagne. Tutto è in movimento, da tempo, in mutazione, ma questo uragano nostrano che si è scatenato sulle montagne non ha paragone con altre sciagure. Parlano le immagini, le fotografie: queste plateali distese di legioni di abeti rossi e bianchi e faggi che si ritrovano ripiegati sui pianori e sulle ripe delle montagne, o sono precipitate nei fiumi, occupando integralmente la superficie di laghi e dighe. Come è stata definita si è trattato di una vera e propria ecatombe degli alberi.

Da giorni mi preparo ad un viaggio alla visione diretta con questi disastri ma poi, ogni mattina che spunta, mi blocco. Ho la netta sensazione di correre il rischia di diventare un “turista di tragedie”, come quelli che vogliono andare a vedere i resti del terremoto, il punto di impatto di un Boeing che ha spento centinaia di vittime, o di entrare a far parte di quel numeroso turismo estivo che si catapulta alla diga del Vajont. Così resto a casa, e mi dico: va bene, parti domani. C’è cattivo tempo, piove ancora, la gente là ha altri problemi che avere un tizio con la macchina fotografica che va a spiarli, sperando di arrivare ai piedi di una foresta distesa. Diversi amici e conoscenti mi segnalano alcuni dei luoghi colpiti. La Carnia, ad esempio, nell’alto Friuli. Il veronese montano, la Lessinia, che avevo visitato ancora la corsa estate, con faggete devastate. L’adorato bellunese, dove torno ogni anno, l’Agordino dove ha casa anche il mio caro amico Matteo Righetto, il romanziere, proprio lui cercava, fra lo sconcerto e la remissione, di descrivermi l’immensa tristezza delle condizioni attuali, i giorni di buio, il freddo, lo spavento, i tetti scoperchiati, l’impotenza.

La Val Visdende, in alto Cadore, dove avevo visitato una parcella di abeti alta fra i quarantotto e i cinquantuno metri, completamente cancellata. E ancora valli e luoghi del Trentino, come ad esempio lo splendido museo a cielo aperto di Arte Sella, che è stato distrutto, e ci si chiede se saranno capaci di risollevarsi, ma sembra davvero difficile. E poi su fino all’incantevole Lago di Carezza, quel collage di celesti e azzurri acquamarina che vibrano circondati dalla foresta del Latemar, altissima, maestosa, protettrice. Anche questo disegno è stato scompigliato, squadernato, compromesso. Questi sono luoghi che dovremo ricominciare a conoscere, i telegiornali e i naturalisti – “da salotto” come li definiscono talune eminenze ministeriali – ci raccontano che quei boschi e quei luoghi torneranno alla normalità fra cento anni, ma è una sciocchezza. In natura nulla torna com’era, ci si evolve estinguendo e si cresce cambiando.

Certo le attività umane ne risentiranno a lungo, inutile nasconderlo. E ancora non ci siamo interrogati a proposito del disastro animale, al momento del tutto assente dall’orizzonte delle considerazioni ampie e concrete. Non sappiamo ancora nulla di preciso ma è difficile non temere che la fauna selvatica abbia subito un danno immenso, in quelle aree. Ci si renderà conto soltanto nel corso dei mesi, o degli anni. Il 29 ottobre ha cambiato parte del nostro paese, lì si sta formando una nuova geografia che dovremo imparare a conoscere, daccapo. E anche chi si occupa di costruire foreste dovrà iniziare a dismettere le fustaie, che sono state in parte le numerose vittime di questa ecatombe, per prediligere boschi cedui, e diversificazione di specie, non più boschi monospecie, ma ambienti boschivi con diverse specie che concrescono. Ma mentre noi ci risolleviamo e ricominciamo a modellare il paesaggio a nostra immagine e somiglianza il cambiamento climatico non resterà pacifico e silenzioso.


[Numero: 149]