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Ma il Mose non salverà San Marco. La telenovela senza fine di Venezia

Buchi nelle tubature sott’acqua. Corrosione delle cerniere. Problemi di manutenzione e criticità mai risolte. C’è anche questo nella telenovela del Mose. La più grande opera pubblica italiana degli ultimi decenni, costata fin qui 5 miliardi e mezzo di euro. Progettata negli anni Ottanta e ancora incompiuta. Ora di nuovo sotto i riflettori dopo le acque alte eccezionali che hanno riproposto l’interrogativo: «Se il Mose ci fosse stato, sarebbe servito a proteggere Venezia»? Non solo le lungaggini burocratiche ritardano la conclusione dei lavori. Ma guai tecnici che nei progetti approvati negli anni d’oro del monopolio non erano mai stati ipotizzati. Come la durata degli “steli”, meccanismo che tiene agganciate le 78 paratoie ai cassoni in calcestruzzo sul fondo della laguna. Dovevano durare cento anni, ma molti risultano già deteriorati. Secondo uno studio, la loro durata in alcuni casi non sarà superiore ai 14-15 anni.

Dalla fine del 2014, dopo l’inchiesta che ha portato in carcere 35 persone per corruzione - tra cui l’ex presidente della Regione Galan, i dirigenti del ministero e i vertici del Consorzio Venezia Nuova - la gestione del Consorzio di imprese, creato nel 1984 per realizzare il Mose è stata affidata a tre amministratori straordinari. Nominati dal prefetto di Roma su indicazione del presidente Anac Cantone. Luigi Magistro, Francesco Ossola e Giuseppe Fiengo. I commissari hanno tagliato spese e dirigenti, rimesso in ordine i bilanci, avviato gare, contestato alle imprese lavori non fatti a regola.

Del Mose manca ora la parte più delicata, gli impianti elettromeccanici per il sollevamento delle paratoie. Entro la primavera saranno posate le ultime 20 al varco del Lido. Il Provveditore alle Opere pubbliche Roberto Linetti ha promesso di consegnare finito il Mose il 31 dicembre del 2021. Un ritardo di vent’anni sulle prime previsioni, che lo davano concluso per il 1995. Spesa più che quadruplicata rispetto al progetto di massima (1,6 miliardi), passati oggi a 6 miliardi di euro, con almeno 100 milioni l’anno per la gestione e manutenzione. Anomalie che la Corte dei Conti aveva contestato nel 2007. Ma il governo Prodi, come prima quello di Berlusconi, aveva tirato dritto. Fino all’inchiesta del 2014. Lì il velo era stato sollevato, i riflettori accesi sul monopolio. Il concessionario unico Consorzio Venezia Nuova, con i soldi dello Stato, aveva progettato, realizzato e a volte anche collaudato senza gare le sue opere. Prezzi lievitati e controlli dello Stato inesistenti. Non solo la corruzione, ma anche consulenze, viaggi e spese di rappresentanza, contributi a enti, università, parrocchie, professionisti. Per allargare il consenso.

«Il Mose è vecchio e superato», dice l’ingegnere idraulico Luigi D’Alpaos, «perché il livello del mare si alza: non potremo tenere chiusa la laguna un giorno sì è e un giorno no. Meglio studiare altre soluzioni». Ma le alternative non sono mai state considerate. Dal 2002, anno della Legge Obiettivo, i fondi per la manutenzione della città non si sono più visti, dirottati sulla grande opera. Quindici anni senza curare rive e canali di una città che vive sull’acqua. Il progetto per mettere all’asciutto la Basilica di San Marco e i suoi pavimenti è rimasto nel cassetto. San Marco viene allagata quando la marea supera gli 80 centimetri. Quota in cui il Mose non sarebbe azionato, entrando in funzione a 110. «Bisogna finire il Mose», premono politici e imprese. Ma il mondo vuole sapere se funziona o no, 52 anni dopo l’alluvione del 1966, sei miliardi di fondi pubblici spesi, dopo gli scandali e le polemiche.

*Giornalista di ambiente e laguna a La Nuova Venezia. Vincitore del premio Saint-Vincent nel 1999 per le inchieste sul Mose


[Numero: 149]