italia al verde il partito ambientalista non cè

La rinascita dei Gruenen grazie ai delusi di Merkel e dei socialdemocratici

«Nonno, i pesci sono morti», diceva una ragazzina bionda con i capelli tenuti da un cerchietto, «L’industria ha avvelenato l’acqua del Reno», le rispondeva autorevole il vecchio signore. «Chi te l’ha detto nonno?», «I Verdi». Recitava così, nel lontano 1983, uno dei celebri spot elettorali di quella stagione, che si chiuse con l’ingresso al Bundestag dei Gruenen, con poco più del 5% dei voti, nella prima volta della loro storia. Erano gli anni di Joschka Fischer, Otto Schily, Maria Luise Beck, che giurarono sulla Costituzione in scarpe da ginnastica e maglioni sformati, con lunghe barbe, zazzere incolte, e un curriculum che annoverava numerosi sit-in, arresti, manifestazioni e zero esperienza parlamentare. Da allora i Verdi tedeschi sono entrati a pieno titolo nella storia della Bundesrepublik, conoscendo grandi successi – lo “Spiegel” nel 2010 li mise in copertina con il titolo “Il nuovo partito popolare” – e anche sonore sconfitte, al termine della diarchia Schroeder-Fischer nel 2005 e durante il terzo mandato Merkel.

Oggi i Verdi sono tornati, non sono più quelli dei discorsi incendiari o dell’intransigenza ambientalista, e anche se gli avversari bavaresi della Csu hanno continuato a definirli, in campagna elettorale, il “Verbot-Partei”, il partito dei divieti, i loro toni - e i loro temi - sono di molto cambiati. Un po’ li ha aiutati la storia: la controversia sulle licenze dell’erbicida glifosato, il Dieselgate, ma anche il caldo eccezionale della scorsa estate, hanno rinfrescato la memoria all’opinione pubblica tedesca, già sensibile (per cultura e tradizione) alle urgenze ambientaliste. E poi la digitalizzazione, i movimenti migratori di massa, le sfide legate alla globalizzazione, gli argomenti di sicurezza interna e l’identità culturale europea: tutte questioni che tradizionalmente appartengono al vocabolario politico dei Verdi tedeschi. Molti imprenditori della Baviera stavolta hanno votato per loro: hanno bisogno di manodopera specializzata per le aziende e hanno capito che il divieto per il Diesel non è all’ordine del giorno nel breve termine. Così come hanno votato per loro le donne e i giovanissimi, attratti dai discorsi su Europa e digitale quanto stufi dei volti e dei riti della solita politica al maschile.

Giuste risposte a giuste domande? È questo il segreto del 20 per cento sfiorato in Baviera, agguantato in Assia e previsto nei prossimi appuntamenti elettorali? Non solo, e non esattamente. I Verdi tedeschi hanno profittato anche di una congiuntura politica eccezionale, che vede in Germania, per la prima volta dal secondo dopoguerra, l’erosione del centro e il contestuale sgretolamento della fiducia nei confronti dei grandi partiti popolari, Spd e Cdu. In un panorama politico sempre più polarizzato, con un’estrema destra in crescita e un’estrema sinistra che tiene il passo, i Verdi riescono a far confluire su di sé sia lo scontento socialdemocratico, sia quello cristiano-democratico, forti di una grande capacità di stringere alleanze: possono governare con i socialdemocratici (lo hanno dimostrato ai tempi dei governi Schroeder), possono farlo con la Cdu, come ha dimostrato la maggioranza riconfermata in Assia, non avrebbero nessun problema a farlo con i liberali dell’Fdp – sono in corso colloqui a vari livelli proprio in queste settimane – né con la Linke. La loro forza è in una politica liquida, capace di aggiustarsi in modo plastico intorno all’identità verde e ai volti di chi ha carisma sufficiente per animarla , ieri Joschka Fischer, oggi Katharina Schulze.

Chi vota Verdi, oggi in Germania, si sente “dalla parte giusta della storia”. Forse per questo, gli unici a non partecipare alla grande euforia sono gli abitanti dell’ex Germania Orientale: su 70 mila iscritti solo 5300 vengono dall’Est, e malgrado la presidente Annalena Baerbock sia nata in Bassa Sassonia, non rappresenta un modello, casomai un’eccezione. In città come Lipsia, Rostock, Dresda, i presìdi verdi sono guardati con indifferenza e diffidenza. La gente li percepisce come “troppo occidentali”, lontani dalle esigenze del territorio e dalla sua economia. Non basta un’estate afosa per convincere la parte più scontenta e disillusa del Paese che anche i loro sentimenti possono essere incarnati e rappresentati. E basterà ancora meno quando anche la prima cancelliera dell’Est prenderà congedo dalla politica tedesca.


[Numero: 149]