italia al verde il partito ambientalista non cè

Europeisti e transnazionali: una barriera verde al populismo

C’è fame di politica green. Alessandro Gassmann, a proposito dei recenti disastri ambientali, ha dichiarato che occorrerebbero un nuovo movimento ambientalista e un ministero per la salvaguardia del territorio. E la presidenza Macron si era inventata il ministero della Transizione ecologica (anche se con qualche scia di polemiche dopo le dimissioni di Nicolas Hulot). E poi – e soprattutto – ci sono i lusinghieri risultati elettorali dei Verdi da un angolo all’altro del continente.

L’ambientalismo politico è in grande spolvero, e si configura come una risposta progressista possibile – ed efficace – alla marea populista. Tranne in Italia che, tra il primo esecutivo interamente neopopulista dell’Europa occidentale e la debolezza strutturale delle sue esperienze di partito verde, si riconferma un Paese incapace di essere una democrazia liberale normale.

I Verdi rappresentano la formazione politica che ha intercettato per prima la svolta (e la condizione) postmoderna. Nella Germania “Stato dei partiti” i Grünen si definirono, infatti, come un movimento, dando vita alle liste elettorali verdi (dopo una discussione intensa e, a tratti assai turbolenta, con l’associazionismo ecologista di cui erano diretta emanazione). E, così, in Europa, i Verdi nascono e si affermano nel quadro di quella che il sociologo Ulrich Beck ha chiamato la «società del rischio» – con la scena originaria sostanzialmente rappresentata dall’esplosione del reattore di Chernobyl nel 1986 – e tornano giustappunto a essere protagonisti del paesaggio politico in questi ultimi anni in cui l’evidenza del mutamento climatico può venire disconosciuta soltanto dagli alfieri del negazionismo ambientale.

E identificano l’autentico movimento-partito postfordista, originale anche nel campaigning elettorale, che si propone come alternativo alla già allora invecchiata (e “fuori fase”) sinistra socialdemocratica e lavorista. Da molti punti di vista, dunque, postideologici sin dalle origini (altro motivo del loro ritorno di attualità), espressione del mutamento postmaterialista dei valori collettivi e dell’agenda personale delle priorità, i Verdi si rivolgono in primo luogo a ceti medi affluenti con un’alta istruzione e una mobilitazione cognitiva elevata. Il pragmatismo (quello serio e indirizzato a conseguire dei risultati) di cui hanno saputo farsi portatori col passare del tempo li ha resi un partner di governo locale della stessa Cdu, anche perché in Germania esiste una sensibilità ambientale radicata e trasversale. E qui si ritrova un’ulteriore differenza con l’Italia dei condoni e dell’abusivismo, e dell’ambientalismo politico «rossoverde» molto ideologico e dalla spiccata vocazione minoritaria.

I Verdi nordici sono sempre stati tenacemente europeisti – anche perché filosoficamente olistici – e trovano, non per nulla, il loro padre nobile in Daniel Cohn-Bendit, icona del Sessantotto franco-tedesco e personaggio transnazionale ante litteram, sapendo altresì rinnovare frequentemente i loro gruppi dirigenti. E, quindi, hanno tutte le carte in regola per sottrarsi alla frattura establishment/anti-establishment che ha stritolato la sinistra (riformista, e pure radicale) e facilitato la cavalcata trionfale dei neopopulismi. Se il progressismo vuole reinventarsi deve, indiscutibilmente, colorarsi di verde.


[Numero: 149]