un giornale di carta ti salva la vita

Se la pagina è macchiata di caffè ricordo meglio quello che leggo

E se per andare avanti bisognasse tornare indietro? Se il tempo della carta, inteso come un tempo antico, non fosse destinato al modernariato dello spirito, ma alla sua avanguardia? Ne parliamo con Leonardo Caffo, giovane filosofo, docente di Ontologia del Progetto al Politecnico di Torino, e autore di La vita di ogni giorno. Cinque lezioni di filosofia per imparare a stare al mondo (Einaudi 2017).

Leonardo Caffo, verità scritta e verità digitale pesano allo stesso modo? Cosa le distingue?

«La verità, se c’è, c’è a prescindere dal metodo con cui la si raggiunge. I filosofi in questo sono molto precisi: la verità è il rapporto tra il linguaggio e l’ontos, l’essenza, che il linguaggio descrive. Se io dico “c’è una penna sul tavolo”, e scrivo “c’è una penna sul tavolo”, controllo, se la penna è sul tavolo l’affermazione è vera, se non c’è l’affermazione è falsa. Non cambia se la frase è scritta su un foglio o su un supporto digitale».

Perché allora abbiamo la sensazione che l’esperienza della letto-scrittura su carta sia così diversa da quella su supporti digitali?

«Perché le informazioni su analogico vengono fissate in un altro modo. Un esempio: se leggo un e-book ho le stesse informazioni che trovo nell’esemplare cartaceo; il contenuto, in altre parole, è lo stesso. Il libro però, è anche un contenitore non neutrale: il fatto che quella pagina fosse sporca di caffè, che me l’avesse regalato mia nonna, che avessi sottolineato una pagina o fatto una piegatura all’angolo per ricordare un passaggio ci fa fissare il contenuto in modo più incisivo. La psicologia cognitiva ci ricorda che l’uomo fissa un contenuto nella misura in cui lo associa a microtraumi, micro-sensazioni, micro-emozioni, per cui magari ci ricordiamo di più il libro letto a nostro figlio la sera piuttosto che un libro di lavoro consultato in digitale per molto più tempo.Per riprendere l’esempio precedente, in qualche modo ci si fida che la penna sia sul tavolo, ma non si va a controllare che ci sia davvero».

È l’inizio delle fake-news come orizzonte di senso?

«Le fake news ci sono sempre state, la Bibbia ad esempio è piena di fake news, ma la cosa non ci ha impedito di avere un rapporto articolato con quel testo. Il mezzo però incide sul fine. La democratizzazione delle informazioni attraverso Internet, come disse Umberto Eco quella volta che poi parlò di Internet come “l’invasione degli imbecilli”, distrugge di fatto un principio fondamentale della democrazia: la divisione del lavoro. Se tu puoi fare il mio lavoro e io il tuo, il principio della verifica decade: io non devo andare a verificare tutto quello che mi dice un medico, altrimenti è finita. Io mi devo fidare di lui in base al principio della divisione del lavoro sociale.

Come mai questo principio è saltato?

Si è diffusa l’idea pericolosissima che una buona società fosse una società trasparente, in cui tutti sapevano tutto di tutto, per citare Gianni Vattimo. Mentre invece il principio di una società democratica funzionante è che il potere è articolato: alcuni possono fare delle cose e altri ne fanno altre, e questo non significa che ci sono cose più importanti di altre, ma “ciascuno secondo le proprie possibilità, ognuno secondo i propri bisogni”. Tra l’altro le società trasparenti lo sono per finta, perché poi si moltiplicano gli esempi di gestione autoritaria delle informazioni, e non è un caso che il potere diventi sempre più verticistico e che si vada verso il culto dell’uomo forte. Le società democratiche avanzate funzionano invece sui filtri e sui diaframmi.

Qual è l’antidoto?

Credo che l’unica mossa possibile sia palesemente antidemocratica: bisogna controllare la società delle informazioni, controllare l’accesso ai social, ridurre il tempo di permanenza sugli smartphone. Lo so che sembra una dittatura, ma è l’unico modo per evitare che la gente non vada a morire buttandosi dai balconi pensando che non c’è più la legge di gravità o pensando che medici e sciamani siano la stessa cosa. Per andare avanti bisogna tornare indietro. Se andiamo avanti così perderemo qualsiasi principio di autorità, e le libertà si ridurranno».


[Numero: 148]