un giornale di carta ti salva la vita

La parabola dell’Independent: online si perdono i lettori di qualità

Nato nel 1986 per iniziativa di tre ex giornalisti del Daily Telegraph , The Independent è andato in stampa per 30 anni con alterne fortune prima di fare, sotto l’editore russo Alexander Lebedev, una scelta radicale: diventare il primo giornale a tiratura nazionale a essere pubblicato solo online. Tra esperimenti di paywall (notizie online a pagamento) e digital first (stile The Guardian , per intenderci), la testata britannica si è cosi trasformata in un interessante esperimento di questa lunga fase di transizione, fatta di redazioni da ridurre, costi da tagliare, sedi di corrispondenza da chiudere. Com’è andata? A farne un bilancio, non solo dal punto di vista economico, ci hanno pensato Neil Thurman e Richard Fletcher della City University di Londra, in un recente studio per la rivista Digital Journalism.

Ciò che emerge è che, seppur fatta per ragioni di sostenibilità economica, la scelta ha comportato seri danni per la capacità di influenzare il dibattito e per la rilevanza della testata. The Independent nel 2006 vendeva all’incirca 40.000 copie al giorno mentre raggiungeva già online un pubblico di 58 milioni di utenti unici al mese. A guardare i numeri, la scelta di essere solo online non avrebbe dovuto avere dunque riflessi troppo negativi in termini di circolazione e influenza. Ma che tipo di lettore raggiungevano i due formati?

Ponendosi questa domanda è saltato agli occhi un dato impressionante: i 40 mila lettori dell’edizione di carta coprivano circa l’81% del tempo totale di lettura dedicato agli articoli. Dopo la chiusura dell’edizione cartacea tutto quel tempo non si è riversato sul digitale: è semplicemente sparito. Con il rischio di lasciare più esposti al contagio delle info “tossiche” quei lettori che avevano trovato un punto di riferimento tra le pagine del quotidiano.

Certo, mentre nel digitale il consumo di informazione è monitorato in maniera capillare, non altrettanto accade per quello cartaceo: il primo rilevamento è automatizzato mentre il secondo si affida, tramite sondaggi, alle dichiarazioni dei lettori. Si può ipotizzare una tendenza a dichiarare un tempo più ampio rispetto alla realtà per la lettura dei giornali. Eppure anche con questo piccolo caveat, la ricerca illumina un punto nevralgico dell’informazione nell’era di internet.

Sempre Fletcher in una sua ricerca per il Reuters Institute for the Study of Journalism, all’Università di Oxford, ha stimato la diffusione delle fake news in ambiente digitale: ne è emersa una scarsa rilevanza di consumo online dei siti fake news rispetto ai media mainstream (ad esempio in Francia gli utenti spendono circa 10 milioni di minuti al mese sui principali siti di fake news contro i 178 sulla pagina online di Le Monde) ma allo stesso tempo, una capacità per questi di generare interazioni su Facebook assai maggiore rispetto alle testate tradizionali.

La difficoltà dei grandi giornali di catturare l’attenzione del lettore online come sulla carta, unita alla capacità di circolazione delle fake news sui social è una pessima combinazione per l’ambiente informativo odierno. Uno degli altri problemi a cui gli editori dei giornali di carta dovranno pensare nei prossimi anni.


[Numero: 148]