un giornale di carta ti salva la vita

Io scommetto sul futuro della carta permette di leggere davvero il mondo

La prima metà dell’antico adagio verba volant è stato usato per criticare la volubilità delle parole e questo non è giusto: nasceva, al contrario, per elogiarne l’ubiquità e l’inafferrabilità. Ma l’altra metà, per cui comunque scripta manent , è inequivocabile e mantiene una sua solida verità: sottolineando la maggiore stabilità di ciò che viene scritto enfatizza un dato più attuale (e utile) oggi che qualche millennio fa. Una certa impopolarità di ciò che viene scritto o stampato su carta –libri o giornali non fa molta differenza, da questo punto di vista- nasce infatti dalla riottosità ad ammettere che c’è qualcosa di permanente, che non può essere revocato senza un costo o una spiegazione. Non si può dire qualsiasi cosa. Nessuna carta, nemmeno la più libertaria, prevede questo diritto. Ma è proprio questo vincolo a suonare oggi inaccettabile.

Bisognerebbe per onestà precisare che c’è qualche altra non irrilevante spiegazione: la maggior parte dei giornali sono scadenti, buona parte dei libri sono superflui, molta carta va insomma sprecata e alimenta la sua stessa impopolarità. Ma alla radice la ragione vera della difficoltà –e il senso vero della sfida- sta nella natura di ciò che viene scritto sulla carta e nelle sue lapidarie qualità. Non può essere semplicemente orecchiata , va ascoltata: la carta è esigente, richiede tempo e attenzione. E proprio qui coincidono la sua attuale debolezza e la sua forza potenziale. Di tempo, infatti, sembriamo non averne mai abbastanza. E l’attenzione, sollecitata dalla folla di messaggi emessi con mille mezzi diversi, si frantuma in frazioni ormai impercettibili. Tuttavia proprio un tempo complesso come il nostro non può essere non dico compreso ma nemmeno osservato senza l’ampiezza di sguardo che solo (un po’ di) tempo e attenzione consentono. Non è nemmeno un problema di serietà o –dio ne scampi!- di profondità. Il fatto è che il mondo diventa noioso e poco divertente se non ci si ferma a guardarlo davvero, e cioè a leggerlo. In qualunque modo si voglia, naturalmente. Ma per questo non c’è ancora nulla di meglio della carta e di ciò che più gli assomiglia (uno schermo pieno di parole con un loro senso, non sbrigative e ovvie, è la prima cosa che mi viene in mente). Perché solo qualcosa che ha questa forma ti invita (o costringe) a fermarti, a fare attenzione, a prenderti cura di quello che hai davanti. Che significa in fondo prendersi cura di se stessi, delle propria qualità e capacità.

Senza questa piccola concentrazione non succede nulla di davvero significativo. Ogni messaggio scivola via, con la velocità della concitazione e l’irresponsabilità della vaghezza. Nulla di quello che contiene, nessuna parola e nessun valore, è destinato a rimanere. Non vola, si liquefa. Ma non resta senza conseguenze: contribuisce a creare un pensiero egualmente vago, concitato, irresponsabile. La rivolta contro quest’esito disastroso non può che contare su tutt’altre qualità: attenzione, cura, tempo. Per questo alla fine –credo, spero, scommetto- la carta conta e alla lunga vince.


[Numero: 148]