un giornale di carta ti salva la vita

Informare, dialogare e criticarsi funziona meglio della propaganda

I pionieri del giornalismo in Europa, penso a C. F. D. Schubart direttore del Deutsche Chronik ad Augsburg nel 1774, o a Wilhelm Ludwig Wekhrlin, direttore nel 1792 del bisettimanale Ansbachische Blätte ad Ansbach, entrambi in Baviera, non avevano vita facile. Non è che avessero un presidente a twittar loro contro, un portavoce del governo a chiedere lo scioglimento dell’Ordine professionale o trolls organizzati a San Pietroburgo a proporre l’abrogazione di finanziamenti che non esistono più da anni, come capita a noi. Ma il povero Schubart venne condannato a 10 anni di carcere dal duca Karl Eugen del Württemberg e lo sfortunato Wekhrlin scampò per miracolo al linciaggio. Nobili e folla analfabeta non perdonavano reportage equanimi, preferendo l’odio.

Il sogno utopico di Wekhrlin e Schubart era raccontare i fatti, la realtà, come la vedevano, contro le false notizie allora diffuse da trono, altare e mercati popolari come online nel 2018. Servirono decenni, e sacrifici, perché si comprendesse che descrivere la verità non solo è “giusto”, (“Voi conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi” Vangelo di Giovanni, 8,32) ma anche utile ed efficiente. Nel 1940 Churchill promette agli inglesi «sangue, sudore, fatica e lacrime», mentre per la propaganda di Hitler tutto va sempre bene e quando, con la sconfitta di Stalingrado, gennaio 1943, la massa dei tedeschi percepisce infine l’inganno, Goebbels annota «Troppo tardi ormai, avremmo dovuto prepararli ai duri fatti, come Churchill».

Il linguaggio della realtà è stato un vantaggio strategico degli Alleati

Lo storico John Keegan scrive che la più razionale distribuzione dell’informazione, dalle trincee ai vertici, fu vantaggio strategico per gli Alleati, mentre la piramide gerarchica dell’Asse, ogni decisione sempre rinviata in alto, costò cara. Correggere gli errori, verificare le informazioni, dialogare, criticarsi a vicenda, “funziona” meglio della propaganda. Antonio Gramsci lanciava lo slogan “La verità è rivoluzionaria”, per dire: raccontare le cose come stanno, fa bene alla causa. La scelta sovietica fu opposta, il giornale che si chiamava Pravda, Verità, fece della menzogna il suo metodo. I commissari stalinisti incalzavano il fotografo Robert Capa, durante la Guerra di Spagna, accusandolo di ritrarre solo miliziani caduti o donne sofferenti, finché l’artista non rispose saggio «La verità è...la miglior propaganda».

Nell’informazione di qualità, tra carta, video, web, come ai tempi del Duca Karl Eugen riappaiono i dolori di Wekhrlin e Schubart e riaffiora una narrazione in cui “verità”, “realtà”, “fatti” son degradati a strame e la propaganda crassa assurge al rango di realtà. Non si tratta giusto della deformazione di astuti politicanti e delle firme mediocri al loro soldo. Ad aprire la strada alla disinformazione sono le teorie del nichilismo rococò. Il filosofo Richard Rorty arzigogola: «La realtà altro non è che la versione contemporanea del bisogno di inchinarsi a un potere non umano...Verità ragione e oggettività, nascondete tra virgolette queste parole che non posso vedere!!!». Il popolare pensatore Gianni Vattimo nel pamphlet Addio alla verità degrada la “realtà” a “ideologia”, i “dati di fatto” a convenzione dei potenti. Il neo marxista Luciano Canfora titola un suo pamphlet Democrazia. Storia di un’ideologia (editore Laterza, già caro a Croce), spettro da esorcizzare secondo la ricetta di Slavoj Žižek, studioso tardo comunista che simpatizza con la destra di Trump in odio al partito democratico.

Vaccini, debito pubblico, clima: pesa di più la realtà

Chiusi in un seminario accademico queste elucubrazioni generano magari frisson radicali in sala. Se sono in gioco bimbi da vaccinare o no, ponti da riparare o no, guerre commerciali, debito pubblico, cambio climatico, allora i fatti pesano micidiali e la realtà, invano negata, ci giudica. Se, come suggeriscono fake news spacciate via Facebook e docenti nichilisti, la realtà è “solo” un testo, e la “vostra” vale quella di “chiunque altro”, in che mondo viviamo? Come reagirebbero Rorty e Vattimo se, prelevando 50 euro al Bancomat, il video della macchinetta recitasse compunto «Il vostro conto corrente è un testo. Addio alla verità. Ogni euro da ora diventa un centesimo, basta con la prevaricazione della contabilità. Eccovi una monetina da 50 cent»?. Male immagino, come tutti noi quando la realtà beffarda e ostinata ci picchia: come sta accadendo ogni giorno, senza requie, online e fuori.


[Numero: 148]