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Cittadini , testimoni, militari, troll: la guerra però si combatte sui social

“L’uccellino è caduto”. Con questo post sul social russo VKontakte, alle 17.50 (ora di Mosca) del 17 luglio 2014, Igor Strelkov, “ministro della Difesa” dei separatisti filorussi di Donetsk, ha dato inizio alla più devastante battaglia della “guerra ibrida” su Internet. Tecnicamente era una fake news, ma in buona fede: Strelkov, un ex agente del Gru inviato da Mosca a organizzare la guerriglia nel Donbass, era convinto che fosse stato abbattuto un cargo militare ucraino Antonov-26, anzi, se ne assumeva fieramente la responsabilità, “vi avevamo avvertito…”. Pochi minuti dopo, da testimoni su Twitter, il mondo scoprì la verità: l’”uccellino” era un Boeing-777 della Malaysian Airlines, in volo da Amsterdam per Kuala Lumpur con 298 persone a bordo. Non ci furono sopravvissuti.

Il volo MH17 venne abbattuto, probabilmente per errore, da un missile terra-aria Buk made in Russia, sparato dagli uomini della 53° brigata missilistica antiaerea dell’esercito russo, con base a Kursk, affiancati ai guerriglieri. Per arrivare a questa conclusione centinaia di magistrati, esperti, giornalisti e attivisti che hanno setacciato per anni montagne di informazioni. Soprattutto su Internet: la commissione di inchiesta ha visionato 5 miliardi di pagine web, con post che nel frattempo venivano manipolati e fatti sparire. A cominciare dal primo, il “mea culpa” involontario di Strelkov, eliminato poche ore dopo con la giustificazione che il comandante avrebbe parlato per sentito dire, anzi, forse era un fake degli hacker ucraini. Il guerrigliero invece non ha mai smentito un altro suo post, quello in cui affermava che l’aereo era carico di cadaveri, bambini inclusi, e l’equipaggio malaysiano era in missione suicida ispirata a una celebre puntata di “Sherlock”, per screditare i filorussi.

Fu la prima di una marea di versioni assurde e contraddittorie, come quella di “Carlos @Spainbuca”, controllore di volo spagnolo a Kiev, che avrebbe visto sui radar un caccia Sukhoi-25 ucraino sparare un razzo al Boeing. Ma non c’erano spagnoli in nessuna torre di controllo ucraina, e l’account ha presto cambiato intestatario in “Liudmila Lopatyshkina”, gratificato a migliaia di retweet, e citato come fonte affidabile da Vladimir Putin nell’intervista a Oliver Stone (omesso dal film, il passaggio è citato nel testo del colloquio). La battaglia sui social è durata mesi con video e foto – vere e false – di aerei, tracciati satellitari, geolocazioni e racconti di testimoni.

Paradossalmente, la valanga di informazioni in Rete ha sia permesso di stabilire in tempi stretti le piste da seguire, sia creato una cortina fumogena. Come sottolineano Yevgeniy Golovchenko, Mareike Hartmann e Rebecca Adler-Nissen, tre ricercatori di Oxford che hanno analizzato il caso del Boeing come esemplare del funzionamento dei nuovi media, gli utenti dei social sono stati “i promotori più attivi della disinformazione come dei tentativi di contrastarla”. Senza i post sui social gli investigatori internazionali probabilmente avrebbero impiegato mesi ad arrivare ai testimoni oculari, che avevano postato le foto del carro che portava il missile Buk per i villaggi del Donbass. Il caso del Boeing malese fu la prima indagine di Bellingcat, l’organizzazione di citizen journalism fondata dal britannico Eliot Higgins: furono i suoi esperti ad appurare, prima dell’indagine ufficiale, i movimenti del Buk, e a smascherare i falsi di Mosca.

Una “guerriglia informativa” che ha ribaltato il modo non solo di fare informazione, ma di condurre la guerra vera. L’opinione pubblica non era più la vittima, e il bottino, della propaganda: oggi, come dimostra la ricerca del trio di Oxford pubblicata su International Affairs, da vittime siamo diventati soldati. L’analisi di un campione di circa 950,000 tweet sul #MH17 ha prodotto un dato sorprendente: il 74,4% appartiene a privati cittadini. I media (statali e non) e i giornalisti insieme non arrivano al 12%, e i politici e il governo sono un misero 3,4%. In altre parole, “i cittadini sono molto di più di semplici trasmettitori di messaggi del governo: hanno partecipato attivamente alla creazione delle narrative concorrenti”. Di più: i cittadini hanno quattro volte più probabilità di venire ritwittati rispetto a fonti apparentemente più favorite come media e governo.

Il “ruolo di custodi” dei media professionali è stato sfidato da “cittadini e collettivi di citizen journalism diventati curatori attivi dell’informazione”. Qualcuno che non crea contenuti, ma li seleziona, li organizza e li presenta, “conferendo un valore culturale aggiunto”. Non siamo solo vittime della (dis)informazione, ma anche soldati della tastiera, in un gioco complesso che spesso sfugge di mano a chi pensa di controllarlo. I troll siamo noi.


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