la riscoperta di pompei

Una macchina del tempo in 3D per rivivere e non solo osservare

A guardarli da fuori, gli scavi archeologici appaiono incomprensibili ai più. Bande di giovani, molto volenterosi e molto determinati, inseguono la raccolta di frammenti microscopici, monete, sassi e così via che una volta classificati e protetti dietro una teca al museo continuano a non dire molto al pubblico. Oggi però, basta un telefonino e un visore per la realtà aumentata per far sì che luoghi antichi della storia tornino a prendere vita sotto i nostri occhi, con tanto di informazioni che appaiono a margine della visione.

È quanto realizzato ad esempio da una piccola cooperativa di studi e ricerche archeologiche, la Poleis, attraverso le nuove tecnologie 3D, al bellissimo, e misconosciuto, Parco delle tombe latine a Roma. I colori, le scritte, le decorazioni delle lapidi sono state ricostruite nella loro interezza per rendere più comprensibile agli spettatori l’aspetto e la funzione reale che svolgevano all’epoca. In progetto anche per le Catacombe, “L’iniziativa è nata come possibilità di visita per persone con disabilità - racconta Francesco Laddaga, cofondatore di Poleis - per poi trasformarsi in approfondimento. La nuova sfida dell’archeologia è quella di sapersi raccontare: in questo il virtuale ha grandi potenzialità perché riduce i costi e annulla le distanze”. Esempi più noti sono quelli della ricostruzione della Domus Aurea oppure dei Fori imperiali attraverso i laser (Paco Lanciano e Piero Angela docent).

Ma questo è solo un aspetto di come la tecnologia sia, negli ultimi anni, venuta in soccorso all’archeologia. Al di là dell’impatto divulgativo, rivoluzioni sono avvenute anche dal punto di vista della ricerca. I big data hanno investito il settore, dando vita alla “archeologia computazionale”. Rilievi fotogrammetrici per realizzare le planimetrie degli scavi, sistemi infomativi geografici (GIS) per rappresentare il territorio, fotografie aree con i droni, analisi quantistica dei dati con comparazione online: un settore a lungo considerato polveroso è diventato (anche) bitmap e vettori. Un esempio di cui si è molto parlato è il Pottery informatics query database, un sistema di archivio digitale, lanciato dalla University of California San Diego, in cui le scansioni delle ceramiche relative al periodo dell’Età del ferro in Medio Oriente sono trasformate in modelli matematici tra loro comparabili: qualcosa di molto simile, come affermano Neil G. Smith e gli altri autori dello studio di presentazione sul Journal of Archaeological , ai confronti digitali sul DNA.

Anche in Italia si sta avviando a piccoli passi la catalogazione 3D del patrimonio archeologico e più in generale di quello storico artistico: un’impresa immane nel suo complesso ma che presenta soprattutto alcune problematiche organizzative, come sottolinea Augusto Palombini, archeologo e ricercatore in ambito informatico presso l’Istituto delle tecnologie applicate ai beni culturali del CNR «Al momento non esiste ancora un percorso coerente e strutturato. Molto spesso i musei o gli enti che commissionano rappresentazioni 3D non le condividono all’esterno: manca una rete che metta tutto insieme, che dia uniformità ai dati e alle informazioni. Infine c’è un problema normativo: bisogna capire se questi modelli possano essere consultati in libero accesso. Sarebbe una grande ricchezza per la collettività».

Tuttavia basta fare un giro sul sito del Museo Virtuale dell’Alta Valle del Calore, uno dei progetti di visualizzazione 3D a cui il Cnr sta lavorando (osiris.itabc.cnr.it/vallecalore) per comprendere come lo storytelling e la tecnologia (in questo caso l’infrastruttura Aton sviluppata dallo stesso Cnr, che permette di rappresentare virtualmente larghe aree di paesaggio) stiano dando un nuovo volto al settore. Ci si può immergere attraverso una dall’alto nella storia del territorio in provincia di Avellino, guidati dai suoi abitanti attraverso venti secoli, con inserti video e schede di approfondimento. “Il 3% delle strutture museali e archeologiche assorbe oggi più del 50% dei visitatori in Italia - chiosa Palombini - È importante diffondere cultura anche del nostro patrimonio meno noto. E il virtuale per questo può fare molto”


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