la riscoperta di pompei

Una città colta dal vulcano nel sonno del suo declino

Adesso che si è finalmente capito che al Vesuvio è saltato il tappo non come si è maldestramente pensato di poter far credere per troppo tempo in alta stagione canicolare, ma nell’autunnale bassa stagione a saldo, con la crema dei villeggianti che se n’era già tornata da un pezzo nella metropoli e la città consegnata al turismo mordi e fuggi dei provinciales, risulta di chiarissima ragione quella sensazione di coreografia tardo disneyana che hanno provato, senza osare manifestarla se non a posteriori e in ambiti discretamente confidenziali, i visitatori meno superficiali del sito archeologico pompeiano, non dimentichiamolo, il più vasto teatro archeologico del mondo. Prende dunque definitiva sostanza la tesi, più volte avanzata da eminenti studiosi e sempre respinta dall’archeologia istituzionale, che ciò che noi vediamo, ciò che è stato lasciato alla luce, altro non è che quella parte del complesso urbano messa a disposizione in quell’anno fatale dai privati proprietari e dalle associazioni di categoria per le attività promozionali autunnali del municipium pompeianum, di fatto un parco tematico ante litteram, un teatrale allestimento, adeguatamente transennato e protetto, di una civitas mirabilis ad uso delle decine di migliaia di gonzi che quotidianamente sciamavano dalle imponenti triremi da crociera a prezzo speciale, chi ha seguito la serie televisiva Westworld sa di cosa stiamo parlando.

La vera Pompei, la Pompei della grande crisi della sciagurata età dei quattro imperatori, è un’altra, ed è stata lasciata là dov’era sotto una spessa coltre di cenere. È stato l’illuminato re Carlo di Borbone, l’iniziatore degli scavi, a constatare ciò che aveva dissepolto, dolentemente considerare come l’antica Pompei somigliasse tragicamente alla sua moderna Napoli, e decidere di conseguenza di lasciare tutto quanto là dove stava, salvo la circoscritta area del dilettevole teatro turistico.

Si calcola che la Pompei a noi invisibile abbia una superficie ampia tre volte la Pompei visitabile, e là sotto c’è una città colta dal vulcano nel sonno del suo estremo declino, nel disfacimento dell’irreversibile crisi. Opifici abbandonati, insulae dirotte, botteghe serrate, case patrizie spogliate dai tribunali fallimentari, giardini abbandonati, bagni pubblici purulenti, templi e sacelli deturpati dall’incuria, e lungo la via consolare fin oltre Porta Stabia, una sterminata landa di baracche, tettoie improvvisate, covili scavati tra atri muscosi e fori cadenti. E, colta dai lapilli nell’ansiosa insonnia della miseria e dell’incerto destino, una moltitudine di miserabili senza fissa occupazione, vagabondi senza fissa dimora, profughi batavi e sarmati dalle province in fiamme, esuli clandestini giudei in fuga dall’assedio di Gerusalemme, legionari dei passati imperatori sbandati senza congedo.

Non dissimilmente da Roma, ma di consistenza e bellezza assai più fragili, Pompei giaceva sotto le macerie istituzionali, economiche e sociali della folle guerra civile iniziata alla morte di Claudio Nerone e recentemente conclusa, e della conseguente dissennata amministrazione degli imperatori Galba, Otone e Vitellio, che, nel tentativo, fallito, di mantenere il potere, rinunciarono all’esazione dei tributi e alla gestione della cosa pubblica, lasciando ai capi manipolo delle legioni a loro fedeli mano libera nell’esercizio del potere locale. Ciò non bastasse, l’ottimo imperatore Vespasiano si trovò costretto per poter ricostruire lo stato e l’impero a una manovra fiscale da 40 miliardi di sesterzi, tassò financo le latrine, i suoi famosi vespasiani, con conseguente massiccia fuga di capitali in Asia Minore, delocalizzazioni selvagge e bancarotte fraudolente. Svetonio dixit. Ciò che a Pompei rimase è il poco tuttora vendibile e il molto da non riesumare per non aggiungere ulteriore ansia alla già molta che il turista vorrebbe lasciarsi alle spalle almeno per il tempo di una visita alle antiche vestigia.


[Numero: 147]