la riscoperta di pompei

Troia, Masada, Stonehenge: il passato ad uso dei contemporanei

Siamo nel 4022. Un archeologo, Howard Carson, cade in un pozzo al fondo del quale trova un’antica porta. La scritta “Non disturbare” indica chiaramente che si tratta di una camera sepolcrale. All’interno i resti di due corpi. Uno è steso sul letto cerimoniale, di fronte a un altare usato per comunicare con gli dei grazie a una tavoletta ricoperta di simboli e frecce. L’altro è nella camera interna, in un sarcofago bianco privo di coperchio. Intorno agli scheletri ci sono oggetti indossati dagli esponenti di quella antica civiltà: bastoncini con le estremità adornate da setole, una ingombrante collana, rotoli di carta molto sottile miracolosamente intatta, ma priva di iscrizioni.

Il libro Motel of The Mysteries, del disegnatore satirico inglese David Macauly, ha certamente fatto ridere pochissimi archeologi quando è stato pubblicato nel 1979. E ancora meno deve essere piaciuta l’immagine della moglie di Carson, adornata con i “gioielli” ritrovati nella “tomba”: due spazzolini da denti appesi alle orecchie, la tavola del wc intorno al collo e tutto il resto, carta igienica compresa, sistemato in modo da farla apparire come Sophia Engastromenou, la moglie di Erich Schliemann che indossò nel 1873 il Tesoro di Priamo ritrovato tra le rovine di Troia.

La satira di Macauly era impietosa e ingiusta: nessun archeologo sarebbe così superficiale scavando nella stanza di un antico motel. Ma conteneva anche un fondo di verità: l’archeologia non è una scienza esatta, procede per gradi, conferma o smentisce le teorie avanzate al momento degli scavi e rimedia agli errori commessi, che non sono stati pochi.

La Troia di Schliemann, ad esempio. Non fu lui a scoprirla, fu solo molto abile a farlo credere. Il sito di Hissarlik in Turchia fu notato per primo dall’americano Frank Calvert, al quale Schliemann lo sottrasse. Quell’avventuriero tedesco scavò in modo brutale, passando attraverso lo strato nel quale si trovava Troia senza accorgersene e completando l’opera di Agamennone e Menelao. Arrivato al fondo, tra i resti di una città molto più antica, organizzò il ritrovamento del “tesoro di Priamo”, un’accozzaglia di oggetti recuperati in luoghi diversi che non erano mai appartenuti a Priamo, ma che servirono allo scopo di rendere Schliemann molto famoso, com’è ancora oggi.

Alcuni ricercatori, come Frank Kolb, dell’università di Tübingen, cominciano persino a dubitare che a Hissalrik si trovino le rovine della Troia omerica.

Fidarsi degli scrittori antichi a volte porta gli archeologi sulla strada sbagliata, com’è forse avvenuto anche a Masada. Il suicidio nel 73 d. C. di 960 ebrei zeloti decisi a non cadere nelle mani dei Romani che assediavano la fortezza è stato narrato da Giuseppe Flavio e convalidato dall’autorevole archeologo israeliano Yigael Yadin. Indagini più approfondite fanno ora pensare che Yadin abbia cercato prove archeologiche a sostegno di propositi nazionalistici tesi a rafforzare l’identità ebraica, senza curarsi troppo della verità.

Determinare che età hanno le cose è la parte più difficile dell’archeologia: l’unica cosa certa è che quello che sta sotto è più vecchio di quello che sta sopra. L’incertezza aumenta quando si studiano le pietre, come nel caso di Stonehenge. Attribuiamo a quel sito significati complessi, dimenticando che i suoi monoliti sono stati casualmente collocati nella posizione attuale nel corso dell’800: impossibile dire dove fossero in origine e quale scopo avessero.

Se non riescono a spiegare qualcosa, gli archeologi a volte si comportano davvero come Carson nel motel del mistero. Lo fanno a Stonehenge, o quando si imbattono in mura ciclopiche come a Cuzco, in monoliti giganteschi come a Baalbek, in enormi geoglifi come a Nazca. E per spiegare l’inspiegabile, si ricorre troppo spesso a generiche esigenze religiose e cerimoniali. Gavin Schmidt, direttore del Goddard Institute della Nasa e Adam Frank, astrofisico dell’Università di Rochester, hanno recentemente avanzato un’altra ipotesi più suggestiva: che la nostra civiltà sia stata preceduta da altre civiltà. Se non le abbiamo trovate è solo perché non le abbiamo mai cercate.


[Numero: 147]