la riscoperta di pompei

Nella trappola delle date ci casca anche Gesù nato ben prima dell’anno 0

L’entusiasmo scatenato sui media dalla supposta nuova datazione della tragedia di Pompei è piuttosto fuori luogo. Può anche darsi che i manoscritti medievali della lettera di Plinio il Giovane in cui l’eruzione del Vesuvio è datata al 24 agosto siano corrotti, e che la data originale fosse un’altra; ma a dimostrarlo non sarà certo l’iscrizione nella Casa del Giardino. Se un graffito su un muro è datato 17 ottobre – o meglio, XVI K Nov, cioè il sedicesimo giorno prima delle calende di novembre, secondo il grottesco sistema utilizzato dai romani per contare i giorni del mese – l’ipotesi più ovvia è che sia stato scritto nell’ottobre dell’anno precedente, o magari ancora prima. Che qualche esperto, contemplando questo graffito ancora perfettamente leggibile dopo duemila anni, dichiari seriamente che siccome le scritte a carboncino durano poco questa dev’essere stata scarabocchiata quasi sicuramente alla vigilia dell’eruzione, e non può risalire a dieci mesi prima, francamente fa ridere.

Ma è comunque una buona occasione per ragionare sulle trappole della datazione, almeno per quanto riguarda la storia antica. Che l’eruzione di Pompei sia avvenuta nel 79 d.C., è ovviamente una convenzione moderna: avvenne, invece, sotto il consolato di Vespasiano e Tito. I romani non contavano gli anni, ma preferivano dargli un nome, e non in modo ciclico come i cinesi, ma una volta per tutte, in un’unica serie. Era un sistema poco pratico; e sì che avrebbero avuto un sistema alternativo, contare gli anni dalla fondazione di Roma, eppure in tutti gli atti pubblici i romani si attenevano rigorosamente ai nomi dei consoli.

Nel 411 a Cartagine, che per un’ironia della sorte era rinata ed era la più grande città dell’Africa romana, si tenne un concilio in cui il clero cattolico, spalleggiato dal governo e dalla polizia, mise a tacere l’opposizione della setta rigorista dei Donatisti. Sant’Agostino, uno dei protagonisti del concilio, ricorda che a un certo punto si discuteva sulla priorità di due editti imperiali: era importante stabilire quale fosse il più antico, ma, dice Agostino, sul momento non avevamo sottomano il libro con l’elenco degli anni e dei consoli, e perciò non eravamo in grado di risolvere il problema!

Numerare gli anni in sequenza, a partire dalla nascita di Cristo o dall’Egira, è evidentemente più pratico. Ma i problemi non mancano neppure qui, a partire dalla domanda di fondo: quando è nato Cristo? Lasciando perdere il mitico anno zero, a cui molti tuttora credono, il nostro sistema si basa sul calcolo per cui Gesù sarebbe nato nell’anno 753 dalla fondazione di Roma; e quell’anno noi lo chiamiamo l’1 avanti Cristo. Ma il monaco Dionigi il Piccolo, che per primo fece questo calcolo nel VI secolo, dev’essersi sbagliato, anche se di poco: se davvero nacque sotto il regno di Erode il Grande, Gesù dev’essere venuto al mondo qualche anno prima. E perché? Ma perché lo storico ebreo Flavio Giuseppe assicura che Erode morì dopo un’eclissi di luna e prima della Pasqua del suo 35º anno di regno. Semplicissimo, come ognuno vede: basta consultare gli astronomi, gli epigrafisti e i numismatici per stabilire che si parla del gennaio del 3 a.C., e che quindi Gesù era nato prima.

Datare gli eventi della storia antica è un bellissimo gioco di pazienza, in cui può sempre spuntare una tessera nuova che rimette tutto in discussione, anche se il pubblico non lo immagina, e magari crede che ci sia da qualche parte una “storia ufficiale” in cui gli avvenimenti sono elencati e datati una volta per tutte.


[Numero: 147]