la riscoperta di pompei

Il tempo si è fermato nelle mie mani nel palazzo del gran Vizir di Ebla incendiato dagli Hittiti nel 1.600 a.C.

La scandalosa bellezza dell’archeologia è il paradiso perduto, nascosto alla vista, una dimensione dell’invisibile. L’archeologo quando mette le mani nella terra non scopre solo reperti come si potrebbe pensare, ma riporta alla luce uno spazio-tempo: un mondo e un tempo perduti che attraverso le sue mani vengono proustianamente ritrovati, riportati in vita, riscattati dal tempo, fatti parlare e raccontare. Nello scavo l’archeologo scopre un intero cosmo di significato, perché la sua è una tensione cosmica animata dal desiderio (che come dice l’etimologia viene da de-sidera: assenza di stelle). Ma rivolta verso il basso, come verso un cielo sotterraneo, dove la vita antica è diventata una costellazione di radici, reliquie, impronte, tracce, frammenti e sotto la stratificazione, all’altezza della memoria, il suo battito cardiaco risponde ancora. È la capacità di interrogare l’invisibile, attraverso la tessitura di macerie e rivedere il passato lampeggiare in controluce, nello schermo della riflessione, come in uno specchio. Non c’è scoperta archeologica che non sia una visione.

Come quella volta che mi trovai a scavare nella Città Bassa di Ebla, in Siria, il Palazzo Meridionale, sede del gran Wazîr, il capo dell’amministrazione palatina. Il palazzo era stato dato alle fiamme nell’assedio compiuto da Murshili I, re degli Hittiti, nel 1600 a.C. circa, che rappresentò la fine della terza grande fase della città di Ebla, allora capitale di uno stato territoriale. Mi ritrovai di fronte alle tracce tangibili di un assedio e di una distruzione, alla furia devastatrice che toccavo con mano, ridotta a pochi centimetri di materiale carbonizzato in cui potevo riconoscere il soffitto, il mobilio e alcuni brandelli di stuoie che coprivano il pavimento e di cui ancora si vedevano le decorazioni. La stanza era lì intatta, ancora con le stuoie a terra, ferme da 3600 anni, così com’erano state disposte poco prima di abbandonare il palazzo che bruciava. Una mattina caldissima, in pieno sole, mi ritrovai completamente coinvolta in quell’incendio, fra le fiamme che sotto il sole ritornavano a sprigionarsi dopo millenni alla luce della mia visione. Fu un istante eterno quello della scoperta, una lezione di immortalità in cui lo spazio-tempo si annullava.

La scoperta arriva intonando il coro del passato, è un momento propizio, il kairos dell’immortalità. Lo scavo archeologico è una forma di infinito che ci attraversa. Le travi del soffitto carbonizzate, che erano cadute ancora intatte sul pavimento, una volta erano state cedri svettanti e verdissimi in qualche foresta del Libano che guardava il mare e io vedendole non potevo fare a meno di pensare al fiume di Eraclito, alla sovranità che il divenire ha sulla materia. Come la musica, l’archeologia non può fare a meno del tempo, che è il tessuto su cui si avvera. L’unica dimensione veritativa di un tempo che fugge in modo vertiginoso e non può essere fermato. Nelle mani dell’archeologo il tempo si ferma, inverte la sua direzione, ritorna per raccontarsi. È questo il grande fascino dell’archeologia. Un’avventura che può rivelarsi molto poetica a volte. Ricordo quando, per una campagna di scavi, arrivai a Karima, in Sudan, al tramonto su un barcone che attraversava il Nilo guidato da un uomo con una lunga veste bianca. Era una scena biblica. Il fiume qui compiva una grande ansa e il tramonto si rifletteva sullo specchio dell’acqua, la meraviglia giocava a tiro a segno con gli occhi. Il rosa dell’aria era inoppugnabile, sovrapposto, più rosa del rosa, come il verde intorno al fiume era accordato alla vita, un grido della natura mai udito prima. Ogni eccesso di quella natura gonfia, disperatamente viva, non era stato addomesticato. Si aboliva qualunque aggancio al ritmo occidentale, la sensazione era di essersi lasciati alle spalle tutto, in bilico fra stupore e sogno. L’arcaico scaturiva in ogni segno e ogni soglia e traccia erano incise dalle unghie del tempo.


[Numero: 147]