la risposta del cuore

Il pane di Pompei

Nulla si tocca della sacra Pompei: deve rimanere così, il più straordinario e struggente monumento al passato, conservato in meraviglia dalla disgrazia. Pompei è una foto in bianco e nero, è il ritratto della paralisi. Sennonché, fra le pietre sopravvissute di questo presepio romano, si erge di colpo un Autogrill, con la rustichella, il menu colazione e l’orso di pezza, esattamente come l’Autogrill di Serravalle Scrivia. La sacralità dell’altissima cultura nella sacra Pompei cede qualche metro quadrato al sacrilego languore, inteso di stomaco. Ma dei trentacinque forni di Pompei non se ne può usare neanche uno, a rifare il pane come lo facevano allora, sebbene la fiamma non abbia mai minacciato la pietra. Dei banchi coi secchiai, i fast (o street) food dove duemila anni fa si servivano bevande calde e fresche, oltre a panini, carne alla griglia e frutta, nessuno può essere riadattato per oggi a come era ieri.

Scene di vita quotidiana recitata nelle vie e nelle piazze intatte sarebbero un’offesa agli spiriti dei pompeiani soffocati dal Vesuvio. L’anfiteatro deve rimanere al vento a rimbombare il suo bimillenario vuoto. Qualsiasi alterazione alla fissità vuota ed eterna sarebbe un affronto arrecato al magnifico rettore dell’università del vasellame in coccio. E’ talmente normale, dunque, che si ragguagli sulla data di morte di Pompei, quando nessuno da mai si occupa della data della rinascita. Da noi l’archeologia è costretta a essere oscura, contrita, ostile, deve suscitare nulla più di un raccoglimento religioso.

L’idea che l’archeologia possa essere vitale, colorata, rispettosa ma palpitante, è un’idea accolta con raccapriccio, ed è conseguente che Pompei continui a essere un posto incastrato nella sua tomba, anziché una meravigliosa macchina del tempo.


[Numero: 147]