la riscoperta di pompei

Alle kalende di Pompei un buontempone risolve il giallo della storia

Il 24 agosto, verso l’una del pomeriggio…”. Così scriveva Caio Plinio Cecilio Secondo, detto il Giovane, nella prima delle due lettere indirizzate a Tacito che gli aveva chiesto ragguagli sulle ultime ore del suo zio materno e padre adottivo Plinio il Vecchio, perito durante l’eruzione che distrusse Pompei e gli altri siti vesuviani nel 79 d.C. Quel giorno il grande naturalista, nonché ammiraglio della flotta imperiale romana, si trovava con le sue navi a Capo Miseno, nella penisola flegrea, e si era appena concesso un bagno di sole e un altro nell’acqua fredda, aveva fatto uno spuntino e si era immerso nei suoi studi, quando “mia madre lo informa che spuntava un nube fuori dell’ordinario sia per la dimensione sia per l’aspetto”.

La lettera di Plinio il Giovane è un documento fondamentale per la vulcanologia (ancora oggi si parla di “eruzione di tipo pliniano”), oltreché per la datazione dell’evento. 79 d.C., su questo tutte le fonti concordano. Ma quanto al mese, i dubbi si moltiplicano. E la scoperta annunciata nei giorni scorsi a Pompei sembrerebbe definitivamente risolvere il giallo, spostando il cataclisma in avanti di almeno un paio di mesi.

Si tratta di una scritta a carboncino tornata alla luce nel corso degli lavori di salvataggio per la riconfigurazione del fronte di scavo e la mitigazione del rischio geologico nella Regio V, quella che tante sorprese ha già riservato dalla scorsa primavera. Nell’atrio della Casa del Giardino, una domus riccamente affrescata e all’epoca in corso di ristrutturazione, in seguito al sisma di sedici anni prima, è affiorato su una parete un graffito di due righe che gli esperti hanno letto così: “XVI K NOV IN ULSIT PRO MASUMIS ESURIT”. Vale a dire “il sedicesimo (giorno prima delle) calende di novembre (qualcuno) si è lasciato andare (in[d]ulsit) smodatamente nel cibo (esurit[ioni])”. Secondo il direttore del Parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna, la scritta sarebbe stata lasciata “da qualcuno che definirei un buontempone”, forse uno degli operai al lavoro nell’unico ambiente della domus in cui i restauri non erano ancora stati ultimati. Una lettura alternativa è stata proposta in un secondo momento da una paleografa della Normale di Pisa, Giulia Ammannati, che dopo “XVI K NOV” ricostruisce così: “IN OLEARIA PROMA SUMSERUNT”, ossia “hanno preso nella dispensa olearia” (che a questo punto Osanna già si propone di ricercare).

Quale che sia la giusta interpretazione, resta - importantissima - l’indicazione della data. Siccome gli antichi romani non datavano in avanti dal primo giorno del mese in corso, come noi, ma all’indietro dal primo giorno (calendae, in latino arcaico kalendai) del mese successivo, il sedicesimo prima delle calende di novembre è il 17 ottobre. E poiché il carboncino è un materiale evanescente, che tende in poco tempo a scomparire dalla parete, è probabile - come ha fatto osservare Osanna - che quella iscrizione sia stata tracciata proprio nell’anno 79, poco prima dell’eruzione che ha sigillato per sempre la Pompei nei suoi ultimi istanti.

E dunque non 24 agosto, ma ottobre inoltrato. Un errore di Plinio il Giovane, che scriveva una trentina di anni dopo i fatti? Un errore sicuramente c’è stato - un refuso - ma è improbabile che sia stato del meticoloso avvocato-scrittore di origine comense. La lectio canonica della sua lettera è effettivamente “nonum Kal. Septembres”, ma bisogna considerare che del testo, come della totalità dei testi antichi, non ci è giunto il manoscritto autografo dell’autore, bensì innumerevoli copie redatte in tempi diversi lungo i secoli, inevitabilmente portandosi dietro a ogni passaggio qualche involontaria deviazione rispetto all’originale.

È cosa ben nota a chi ha a che fare con i codici, e procede con fatica, per confronti e ipotesi, nella restituzione della (presunta) forma primigenia. Persino la Divina Commedia, molto più recente rispetto ai testi dell’antichità classica, è in un certo senso un cantiere aperto, che periodicamente necessita di nuove edizioni critiche, non solo per aggiornarne la grafia a quella del tempo corrente (in una delle prime copie, manoscritta a metà del Trecento da Francesco di ser Nardo da Barberino, il celebre incipit suonava “Nel meçço del cammino di nostra uita / mi ritrouai per una selua obschura / chella diritta via era smarrita”), ma anche per provare a avvicinare quel che davvero Dante intendeva. Per esempio, quando nel secondo canto dell’Inferno incontra Virgilio, intende dire che la sua fama “durerà quanto ’l mondo lontana”, o “quanto ’l moto [delle sfere celesti] lontana”? Già i commentatori antichi non seppero mettersi d’accordo.

Lo stesso, a maggior ragione, vale per un testo vecchio di quasi duemila anni. Oltre alla lectio “nonum Kal. Septembres”, in altri codici si può trovare “nonum Kal. Novembres” (il che sposterebbe la data al 24 ottobre, una settimana dopo che nella Casa del Giardino venne tracciata la scritta ritrovata in questi giorni), o semplicemente “Kal. Novembres” (1° novembre), o anche “III Kal. Novembres” (30 ottobre). Cassio Dione, vissuto a cavallo tra II e III secolo, si spinge più avanti e addirittura scrive (Storia romana, LXVI, 21-23) “non. Kal. Dec.”, nove giorni dalle calende di dicembre, ovvero 23 novembre. La sua versione fu accettata verso la fine del Settecento da Carlo Maria Rosini, ecclesiastico napoletano (dal 1797 vescovo di Pozzuoli) e valente filologo che aveva avuto da Ferdinando IV l’incarico di commentare i papiri di Ercolano, ma la sua proposta non ebbe seguito.

Che l’eruzione sia da ricondurre a un tempo già pienamente autunnale, del resto, era un sospetto alimentato, non nel solo Rosini, fin dai primi rinvenimenti settecenteschi. C’era il dettaglio degli abiti pesanti indossati dalle vittime, c’erano i numerosi bracieri ritrovati in molte domus, troppo grandi per essere interpretati come destinati al culto rituale dei Lari; ma, si è opposto, forse la nube eruttiva che quel giorno e il giorno successivo aveva coperto con una fitta coltre tutto il cielo, oscurando il sole, aveva causato un repentino calo della temperatura e la necessità di tirare fuori in tutta fretta la panoplia invernale. C’erano però anche i resti organici, carbonizzati e più di recente identificati con sicurezza grazie all’archeobotanica: frutti estivi secchi (fichi, datteri, susine), oltre a quelli tipicamente autunnali, come uva, noci, castagne; ma si è ipotizzato che potesse trattarsi di rimanenze dell’anno precedente. E c’erano anche i melograni, dieci quintali ritrovati nella villa di Oplontis (forse per qualche motivo staccati dall’albero anticipatamente in modo da rallentarne la maturazione?), le evidenze inconfutabili che a Boscoreale la vendemmia era già stata ultimata e il mosto sigillato nei dolea e interrato (anche in questo caso, una vendemmia anticipata?).

Finché è emersa quella che pareva la prova regina, un denario d’argento rinvenuto nel 1974 sotto le macerie della Casa del Bracciale d’oro e pubblicato nel 2001 in uno studio dell’attuale direttrice dell’Ufficio scavi di Pompei, Grete Stefani. Sul recto l’iscrizione, come sempre abbreviata, “IMP TITVS CAES VESPASIAN AVG P M TR P VIIII IMP XV COS VII PP”, ossia “Imperatore Tito Cesare Vespasiano Augusto Pontefice Massimo, nona volta con la potestà tribunizia, imperatore per la quindicesima, console per la settima, padre della patria”. Si tratta della salutatio imperatoria con cui l’esercito acclamava il proprio comandante, celebrando la quindicesima volta in cui Tito venne nominato imperatore. Ora, da due documenti, rispettivamente datati al 7 e all’8 settembre 79 - una lettera di Tito ai decurioni della città spagnola di Munigua, incisa su un’epigrafe bronzea conservata a Siviglia, e un diploma di congedo ritrovato in Egitto al Fayyum, ora al British Museum - sappiamo che a quelle date l’imperatore era giunto “soltanto” alla quattordicesima nomina, il che ci fornisce il terminus post quem per la quindicesima a cui fa riferimento il denario d’argento. Ma c’è da dire che la moneta è abbastanza deteriorata e alcuni studiosi hanno contestato che vi si possa senz’altro leggere il numero XV.

Tanti indizi che ancora non facevano una prova risolutiva, finché non è spuntato il graffito della Casa del Giardino. Lo stesso direttore Osanna, che ammette di essere sempre stato un fautore della datazione alta, a fine agosto, di fronte a questa scoperta si dice pronto a ricredersi. Saranno necessari ulteriori approfondimenti, e - certo - lo spostamento in avanti di un paio di mesi non modifica quel che è stato tanti secoli fa né rettifica in modo significativo la nostra conoscenza dei fatti. Resta la soddisfazione tutta intellettuale di avere risolto un cold case dell’antichità, e di vedere dopo duemila anni un puzzle che si ricompone.


[Numero: 147]