[Sommario - Numero 146]
Nube di parole
Gianluca Costantini - Gianluca CostantiniArtista, attivista e autore di graphic journalism Disegna lo sport per CNN. Il suo ultimo libro è “Fedele alla linea” edito da BeccoGiallo. Il suo sito è gianlucacostantini.com. Su Twitter è @channeldraw
Avanti popolo!
Maurizio Maggiani
Kitsch
Maurizio Cucchi
Blablabla

Il consenso è intossicato se il messaggio è violento

Sembra insuperabile l’argomento di chi, essendo al governo del paese, zittisce ogni oppositore politico o dissenziente tecnico ricordando ai primi di avere il consenso del popolo e ai secondi di esser stato eletto. Siete in minoranza e quindi tacete! Prima di obiettare fatevi eleggere! Non vale la pena quindi di occuparsi dell’argomento ragionevole o almeno discutibile che viene dalle opposizioni ed è vista come abusiva l’opinione espressa esperti e da uffici ministeriali che si ostinino a dire che 2+2 = 4 e non il politicamente utile 4,5. Tutto è spazzato via, poiché spetta alla politica decidere e decide chi ha il consenso del popolo.

L’insofferenza minacciosa verso ogni istituzione indipendente ne è una delle manifestazioni. In effetti, nella logica del consenso popolare come unico criterio di legittimazione, le istituzioni indipendenti (magistratura, autorità indipendenti come la Banca d’Italia, ecc.) e gli organi tecnici sono fastidiosi, antidemocratici intralci al prevalere della volontà del popolo. Non importa se i governi sono sostenuti solo da una maggioranza elettorale e le minoranze, anche se perdenti nella competizione, non sono prive di ruolo e di diritti nel sistema democratico. In materia di diritti e libertà fondamentali alla volontà senza freni della maggioranza si oppone il principio contro-maggioritario. Tanto più che la volontà del popolo è difficilmente identificabile, quando la maggioranza governativa si forma dopo le elezioni, mettendo insieme partiti che si sono combattuti nella campagna elettorale e si sono messi insieme solo dopo, concordando che ciascuno, con l’appoggio dell’altro, farà quello che ha messo nel suo programma.

Non ostante il fascino che deriva dalla semplificazione, la pretesa di spazzar via tutto ciò che impedisce o rallenta l’azione del titolare del «consenso» (da solo o in condominio) è pericolosa e contraria al carattere proprio delle democrazie. Controlli reciproci, bilanciamento di esigenze diverse, interventi delle istituzioni di garanzia (non elette, proprio per poter svolgere il loro ruolo) sono strumenti necessari a contenere il rischio dell’abuso del potere di chi è al governo. Si tratta di limiti alla sovranità popolare? Sì, poiché senza limiti, condizioni e procedure, come insegna la storia, anche il popolo è pericoloso. Per questo, al riemergere dell’Italia dal fascismo, dalle sue piazze festanti e dai suoi plebisciti, è stabilito che la sovranità appartiene al popolo, che però la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione (art. 1 Costituzione). Naturalmente il richiamo al contesto storico da cui la Costituzione repubblicana ha voluto staccarsi, va accompagnato dalla consapevolezza delle diversità che sono proprie della realtà odierna, italiana ed europea. Ma non tutte le diversità che abbiamo sotto gli occhi sono tranquillizzanti. Basti pensare alle modalità con le quali si forma oggi l’opinione pubblica e alle vie usate per influenzarla e orientarla. L’efficacia della comunicazione tramite i nuovi media (i tweet con i loro 140 caratteri) ha sovrastato e si avvia a rendere residuale la comunicazione tradizionale, più lenta, meditata, da persona a persona e non lanciata in un vuoto riempito da migliaia di sconosciuti. Quella nuova comunicazione ha alcuni caratteri degli slogan politici del passato, ma portati a un livello mai visto prima sia per l’estrema semplificazione del messaggio, sia per il gran numero di destinatari, sia anche per la mancanza di una vera socialità che favorirebbe la discussione. Tutto ciò mentre cresce a dismisura la complessità politica, sociale, etica, tecnica di molte questioni di governo.

Il progressivo degrado della comunicazione politica a ogni livello è sotto gli occhi di tutti. Il degrado della lingua utilizzata non è piccolo danno. Ma vi è anche il degrado etico, con il crescere in progressione continua della violenza del linguaggio. Il fenomeno, in tempi politici recenti è cominciato con Berlusconi che chiamava «comunisti» tutti i suoi oppositori. Poi Renzi per indicare la sua volontà di rinnovamento, diceva «rottamazione» e chi si opponeva era «gufo». Ora il linguaggio si è fatto esplicitamente violento; l’irrisione ne è una forma («bacioni» all’avversario, la «pacchia» dei migranti, ecc.). Si potrebbe pensare che il linguaggio violento sostituisca e prevenga la violenza fisica. Ma è vero il contrario poiché a essa apre la strada. E tuttavia la deriva sembra inarrestabile. L’appello all’approvazione di larga parte del popolo passa ora da un sempre più esasperato ricorso alla semplificazione del messaggio politico, alla sua presenza continua, alla sua volgarizzazione e alla sua violenza. L’intossicazione dell’opinione pubblica ne è il risultato. Il contenuto del consenso ne è condizionato.

Che fare? Difficile dire. Ma almeno preoccupiamocene, poiché corriamo pericolo.


[Numero: 146]