Romania gli euro entusiasti

Sono già tutti chiusi in bare trasparenti

«Vado a prepararle una buona bistecca con patate fritte, la rimetterà in sesto».

«Ben cotta, per piacere».

Guardavo gli altri clienti del ristorante: arrivavano, si sedevano, credevano di avere l’aria disinvolta.

«Non vede», dissi, «sono tutti chiusi nelle loro bare trasparenti».

Tutti mi guardarono. La cameriera mi si avvicinò e mi disse a bassa voce:

«Stia zitto. La rinchiuderanno».

In effetti c’era qualche brusio nel ristorante e gli sguardi erano rivolti verso di me.

«Rinchiuso lo sono già. Come tutti. Rinchiuso e al tempo stesso troppo allo scoperto. Il cristallo è invisibile».

Uscii, e sentivo tutti gli sguardi puntati su di me. Mi diressi verso una grande piazza abbastanza distante che non avevo ancora esplorato. Doveva essere a due chilometri circa. C’era da molto tempo o era stata fatta di recente? Era gremita di gente. I soliti tumulti di piazza. Al centro, i poliziotti erano schiacciati dalle due folle che si fronteggiavano. Gli insulti si alternavano ai colpi. Colpi di bastone. Le teste si spaccavano, esplodevano, i cervelli uscivano dalle teste e da invisibili scatole di vetro. Si azzuffavano. Non so come, riuscivano a essere sempre tre contro uno. La piazza era disseminata di corpi. Camionette della polizia arrivavano dalle quattro vie che confluivano nella piazza. Anche i poliziotti erano chiusi in bare di vetro invisibili, con i loro caschi. Mi buttai in mezzo alla folla urlando: «Siete già nella bara. Non siate così ansiosi di colpire. Avete tanta fretta? Presto non ci sarà più nessuno».

Nessuno mi sentiva o voleva sentirmi. Cominciava a esserci una strana poltiglia per terra, nella piazza, e sui marciapiedi. Le teste volavano in schegge, e così pure le macchine e i camion. Gridai: «Si può anche sprofondare senza chiasso in tutta tranquillità, la disgregazione può essere meno brutale. Comunque, ognuno è libero di scegliere».

Mi mescolai alla folla, ero proprio al centro della rissa. Non ricevevo colpi. Sembrava che non mi vedessero. Per loro ero uno spettro. Anche loro erano spettri, ma violenti, o agitati. Cercavo di trattenere il braccio di uno, il calcio di un altro, gli agenti erano mescolati alla rissa con i loro manganelli, i caschi, gli scudi. Non si capiva con chi stavano. Forse erano contro tutti.

Riuscii a salire sui gradini della statua che si trovava al centro della piazza. Di là, gridai: «Ascoltatemi, accordatevi, io sono il vostro arbitro. Ci si può mettere d’accordo. Potete mettervi d’accordo. In un altro modo. Vediamo di discutere. Tutto si può risolvere amichevolmente».

Neanche uno dei manifestanti si unì a me. Continuavano a cadermi intorno. Gridai ancora: «Tutto si può risolvere amichevolmente. Sceglietevi dei delegati. Date istruzioni ai vostri delegati. Il fatto è, l’ho capito, che non avete nessuna intenzione di capirvi. Perché avete tanta fretta? Perché avete tanta fretta?»

Parlavo nel vuoto. Un misto di pieno e di vuoto. Parlavo nel vuoto. O nel troppo pieno.

«Anch’io sono un uomo come voi. Parlo la vostra stessa lingua».

Non parlavo la loro stessa lingua. Avevo abbracciato la statua e, appollaiato là, continuavo a gridare. Pure, avrebbero potuto vedermi. Avrebbero potuto sentirmi. Ho la voce abbastanza forte, e le braccia lunghe. Mi prendevano per uno spaventapasseri. Oppure decisamente mi prendevano per niente. Sì, credo proprio che non mi vedessero. Solo un agente mi chiese: «Che cosa fai?»

Poi ritornò a rompere teste.

(Da Il solitario, edito in Italia da Gaffi, nel 2007, traduzione di Gabriella Bosco)


[Numero: 145]