Romania gli euro entusiasti

Siamo nazionalisti ma adattabili: per questo possiamo aiutare l’Europa

In questi tempi capita spesso di sentire paragoni con gli anni Trenta. La rabbia, l’intolleranza, l’estremismo che precipitarono il mondo verso la catastrofe più sanguinosa nella storia dell’umanità. Ti metti paura, però, se a fare simili ragionamenti è uno come Norman Manea, scrittore ebreo romeno sopravvissuto all’Olocausto, scappato dalla dittatura comunista, e ora preoccupato che lo stesso fato lo insegua in America: «Siamo sopra un vulcano in ebollizione».

Cominciamo dal suo paese, la Romania, che a gennaio assumerà la presidenza di turno della Ue. Cosa succede?

La bocciatura del referendum contro le unioni omosessuali è stato un sorprendente segnale positivo, perché ha rappresentato il rifiuto di una posizione ufficiale del governo contro i principi europei. Il populismo avanza in questa maniera folle, reazionaria, tribale. Non mi aspettavo di vederlo anche qui in America, dove i repubblicani vinceranno le prossime elezioni, e durerà almeno altri quattro anni. Trump è il presidente tipico dei nostri tempi: illetterato, narcisista, edonista, bugiardo professionale e manipolatore di talento. In Europa però il populismo sta prendendo un connotato di estrema destra. Non è una grande notizia che la Romania assuma la presidenza della Ue, ma è meglio di Polonia, Ungheria e del convitato di pietra russo, che fomenta una campagna reazionaria contro Nato, America, e in generale l’Occidente.

Cosa vedono nel nazionalismo i suoi sostenitori romeni, un ritorno alle certezze della dittatura comunista?

No, l’estrema destra era molto potente prima del 1941. Vedono un paese che considerano il paradiso. Uno dei più grandi storici romeni diceva che la nostra nazione era come il sole splendente in cielo. Cosa puoi rispondere, se una persona colta dice una simile stupidaggine? La gente non è preparata a resistere a queste folli tentazioni. L’opposizione alla Ue ha un cuore nazionalistico.

Siete come Ungheria e Polonia?

Sì, ma il nostro nazionalismo non è forte come il loro, perché in Romania c’è una contraddizione: da una parte la chiesa ortodossa, che guarda verso Est, e dall’altra le radici latine della nostra cultura, che spingono verso Ovest. In principio il sentimento europeo esisteva soprattutto fra le élite, ma dopo la caduta del comunismo si era diffuso fra tutti, perché aveva portato la speranza di una nuova età. Gli aiuti della Ue sono arrivati, ma la corruzione tipica della società rumena ha compromesso la visione. Per un certo verso però è un vantaggio, in vista della presidenza, perché noi siamo un popolo adattabile: ci siamo aggiustati con i nazisti, poi i sovietici, ora gli americani. Quando stavo nel campo di concentramento tedesco, non c’era scampo; in quello romeno trovavi il modo di cavartela. Non siamo rigidi come gli altri paesi nazionalisti anti europei orientali, e quindi potremmo favorire i compromessi che sono la grande dote della democrazia.

L’attrazione verso Est della chiesa ortodossa favorisce ora il ritorno della penetrazione russa?

Certo. La Russia ha lanciato una campagna anti Europa, anti Ue, anti Usa e anti Occidente, perché è una potenza orientale. E lo sarà sempre. Vuole sgretolare l’Occidente.

Quali errori hanno aperto la porta all’ondata populista?

Non credo ce ne sia uno solo. È stata una lenta evoluzione. La gente si è stancata, scocciata della democrazia e l’inevitabile demagogia che porta. La democrazia non è perfetta. È mobile, portata al compromesso. Non ha la visione chiara dello stalinismo o del fascismo, ma proprio questo è il suo vantaggio. Poi sono stati commessi errori, come quando la Merkel ha aperto ai migranti. Io sono un migrante, non ho nulla contro di loro. Però l’Europa è fragile, vulnerabile, e questa invasione di nuove culture nel suo cuore andava gestita meglio. L’Unione è stata un’idea grande e positiva, a partire dalla pacificazione di Francia e Germania. Se durerà, non lo so. Se anche gli Usa diventano un paese autocratico, l’Europa resta sola.

Teme che la Ue sparisca?

Spero di no, ma è in crisi ovunque. Ungheria e Polonia sono ribelli, anche l’Italia vacilla. Non so se l’alleanza tra Francia e Germania sarà abbastanza forte, e non mi fido della Russia. La Germania era un paese colto, eppure dopo la sconfitta nella Prima guerra mondiale Hitler era riuscito ad ipnotizzarla, promettendo e mantenendo burro e cannoni. Sono molto preoccupato. È un tempo di grandi conflitti. La mia paura è l’esplosione di una nuova guerra, che non sarebbe come nel 1940, ma porterebbe alla totale distruzione dell’umanità.

Vede similitudini con gli anni Trenta?

Sì. Marx diceva che la storia si ripete come farsa, e non credo sarà identica. Però ho paura. Viviamo una crisi di fiducia, speranza, convinzioni. Se non credi in Dio, quale vera prospettiva ti resta? Dio dà speranza perché è vago, non lo puoi provare, e contiene tutto. Ma se parli di questioni concrete come le tensioni in Europa, Dio è lontano. E non sono sicuro che abbia una buona memoria, perché gli errori si ripetono in maniera sanguinosa.

Altri protagonisti si stanno imponendo, come la Cina.

Sta diventando la nuova potenza, ma sarà meglio degli americani? Almeno loro avevano un quadro coerente. Se la Cina si imporrà come nuova potenza dominante, con la sua visione, non è chiaro che direzione prenderanno l’Europa e le altre regioni del mondo.

Dove potrebbe scoppiare la prossima guerra?

Ho avuto molta paura durante le liti fra Trump e Kim. Ora hanno un rapporto infantile, ma almeno non parlano più di aggressione.

L’ordine creato dopo la Seconda guerra mondiale è finito?

La gente non si rende conto di quanto sia pericoloso. Questo ordine era nato per evitare di ripetere quella tragedia, e ha avuto successo per 70 anni. Qualche guerra locale, ma nulla di proporzioni globali. Con cosa intendono sostituirlo i suoi critici? L’Unione Europea è essenziale per il futuro del continente, spero che la prossima guerra non scoppi in Catalogna. Tutti ora urlano: siamo indipendenti, i migliori, i più grandi. No, nessuno è il più grande, ognuno è uno dei grandi.

Teme che gli ebrei tornino a essere un bersaglio?

L’antisemitismo sta tornando. Non so spiegare il perché. Tra ebrei, gira la battuta che siamo stanchi di essere il popolo prescelto: scegliete qualcun altro, stavolta. Ma tanto finisce sempre così. I pretesti variano, però la durata e le conseguenze di questo risentimento sono sorprendenti. Perché? Abbiamo i nostri difetti, ma come tutti. Per i capitalisti eravamo gli inventori del comunismo; per i comunisti le spie americane; per tutti, i ricchi che sfruttano i poveri. Ora persino in Giappone, dove non hanno mai visto un ebreo, ci sono forme pittoresche di antisemitismo. In situazioni di instabilità, gli ebrei sono sempre in pericolo. Quando la gente ha paura, cerca un nemico, e non lo trova lontano. L’ebreo vive sempre nella porta accanto.

Come ne veniamo fuori?

È difficile. Il populismo è sentimento bellicoso, aggressivo, ignorante e cieco. Bisogna educare, persistere nei principi di tolleranza, solidarietà, democrazia, altrimenti prevale il tribalismo. Dobbiamo rendere le organizzazioni internazionali più forti, coerenti, consce della minaccia. Solo coerenza e unità democratica possono creare la resistenza: il pericolo è alle porte.


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