Romania gli euro entusiasti

Ma l’Europa è in allarme per le riforme di Bucarest: corruzione e stato di diritto

«E allora il Pd?». Il leitmotiv usato in Italia dagli esponenti e dai sostenitori di Lega e Cinque Stelle - come risposta alle critiche - sta contagiando l’Europa. Ovviamente con le dovute modifiche. Al posto del Pd ci sono la Romania e il suo governo guidato dai socialdemocratici. E a pronunciare ripetutamente quella frase sono, in particolare, gli eurodeputati e gli esponenti dei governi del Partito Popolare. È una risposta all’imbarazzo per il caso-Orban, diventato ormai indifendibile anche in casa Ppe (di cui continua a essere membro). Dopo aver ingoiato il voto in Parlamento sull’Articolo 7 per l’Ungheria, i popolari hanno deciso di passare al contrattacco: bene, ora che abbiamo messo in croce Orban andiamo a controllare anche gli armadi di tutti i partiti. Perché ognuno ha i suoi scheletri.

Il primo a essere aperto è stato quello della Romania, che proprio per questo motivo ora si trova sul banco degli imputati. I capi di accusa sono molto chiari: l’Ue contesta a Bucarest la recente riforma della giustizia e l’adozione di misure che “rischiano di indebolire la lotta alla corruzione”. Che poi sono le stesse critiche gridate dai cittadini scesi in piazza negli ultimi mesi. Ad agosto la polizia ha risposto in modo violento alle manifestazioni e l’episodio è andato ad aggiungersi come aggravante ai capi di imputazione nel processo europeo.

All’inizio di ottobre l’Europarlamento di Strasburgo ha invitato in Aula la premier Viorica Dancila, che in patria viene un po’ considerata come il burattino di Liviu Dragnea, leader del partito socialdemocratico. I parlamentari hanno puntato il dito contro le recenti riforme del governo e nella sessione plenaria di novembre voteranno una risoluzione per condannarle formalmente. Un iter che, teoricamente, potrebbe portare la Romania davanti alla Corte di Giustizia dell’Ue.

Spinto dal Parlamento, si è mosso anche Frans Timmermans, che ha spedito una lettera a Bucarest. «Siamo molto preoccupati – ha detto il primo vicepresidente della Commissione Ue -, anche perché sulla lotta alla corruzione si stanno facendo passi indietro, anziché avanzare». Timmermans è un esponente dei laburisti olandesi, che a Strasburgo siedono nello stesso gruppo del partito al governo in Romania. L’imbarazzo tra i socialdemocratici per questa patata bollente è evidente ed è emerso molto chiaramente anche in occasione del recente referendum (fallito per mancanza di quorum) per rendere incostituzionale il matrimonio gay.

Dopo Polonia e Ungheria rischia dunque di aprirsi un nuovo fronte in Europa? È presto per dirlo, anche perché l’esecutivo di Bucarest ha un atteggiamento molto diverso da quello dei Paesi Visegrad e non ha alcun interesse a provocare uno scontro con Bruxelles. Per tanti motivi. Innanzitutto perché in Romania l’Europa è vista come un’opportunità, non come un problema. Il 52% dei cittadini ha fiducia nelle istituzioni comunitarie, contro una media Ue del 42% (in Italia, per dire, siamo al 36%). Il Paese sogna l’ingresso nell’euro e nell’area Schengen (ma è ancora ben lontano dal soddisfare i criteri) e da gennaio guiderà il prossimo semestre di presidenza. I cittadini sono euro-entusiasti e basterebbe guardare il saldo del dare-avere con Bruxelles per capire il perché: la quota di fondi Ue percepiti supera di gran lunga i contributi nazionali al bilancio comunitario, con un “utile” annuo di circa 4-5 miliardi. Intere città sono state ricostruite o restaurate con i fondi europei, come Oradea, al confine con l’Ungheria, che sta sfruttando i finanziamenti Ue per rilanciarsi come città turistica. Ora però Bruxelles vuole inserire nel prossimo bilancio settennale una clausola che lega l’erogazione dei fondi al rispetto dello Stato di diritto. E a Bucarest è scattato l’allarme.


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