Romania gli euro entusiasti

Firenze, città aperta il sogno realizzato di Nicolae

Nei giorni terribili dell’agosto 1944 alcuni Grandi Innamorati di Firenze cercarono di salvare «la città della bellezza» dalla violenza e dalla cupidigia nazista: il console svizzero, il suo arcivescovo e soprattutto questo signore senza capelli, con i baffi e il naso aquilino, l’ambasciatore di Romania presso la Santa Sede, Nicolae Petrescu Comnen, che aveva scelto di fermarsi nella villa a mezza costa vicino a Fiesole che aveva ospitato Machiavelli, e che non se andò più via da qui neanche dopo la guerra, finendo i suoi giorni nel 1958 proprio dove da bambino aveva sognato di vivere, come scrisse in un libro, nell’incanto di queste mura, sotto «la luminosità del suo cielo». Loro, e un signore storpio e claudicante per la poliomelite, Borgasso si chiamava, che si calò in via de’ Ramaglianti dietro Borgo San Jacopo a staccare i fili che dovevano far saltare anche il Ponte Vecchio. Perché i tedeschi dopo aver giurato a tutti che non avrebbero toccato niente dichiarando Firenze «città aperta», ossia vuota e libera di mezzi militari d’offesa, prima di andar via cercarono di abbatterla, facendo saltare cinque ponti sull’Arno, compreso il magnifico ponte a Santa Trìnita, radendo al suolo via Bardi, palazzi storici e chiese bellissime, e poi non contenti salirono sulle colline di Fiesole e da lì la bombardarono per due settimane di fila, facendo un mucchio di vittime e colpendo il Duomo, il Battistero, la Loggia del Bigallo. Eppure, ricordò l’arcivescovo Elia Dalla Costa, senza l’impegno di questi uomini, chissà cosa sarebbe successo. Furono salvate innumerevoli opere d’arte e fu impedito che bruciassero tutta la via Bolognese, com’era nei programmi dei nazisti, e un’infinità di altri palazzi storici. Nessun tedesco pagò il prezzo per quel crimine contro l’umanità, eseguito senza senso, quando non c’era più motivo. Il povero Borgasso è morto quando nessuno aveva mai saputo che era stato lui, uno storpio a cui i tedeschi non badavano, a salvare il Ponte Vecchio. A Nicolae Comnen, almeno lui, fu consegnata la cittadinanza onoraria per meriti speciali.

Nicolae aveva 63 anni all’epoca. Era nato a Bucarest, aveva studiato a Parigi, entrando poi nel servizio diplomatico durante la Grande Guerra. Nel ’38, sotto Carol II, che stava portando la Romania a fianco dei nazisti, venne nominato ministro degli Esteri, ma durò pochissimo, in disaccordo con la politica del governo e fedele a quella del suo predecessore, Titulescu. Fu dimesso e spedito come ambasciatore presso la Santa Sede. Com’è scritto nei libri di storia, «legò il resto della sua vita alle vicende italiane». Si trasferì subito a Firenze, la città dei suoi sogni, come scrisse in un libro, «Firenze città aperta», provando sin dall’infanzia «un’attrazione irresistibile» per «la bellezza unica e incantevole» della città, per l’atmosfera e «il prestigio dei suoi ricordi». Quando venne occupata dai nazisti, si adoperò in tutte le maniere per preservarla dalla furia cieca della guerra, arrivando persino a scrivere a Hitler: «Non appartiene solo all’Italia, ma è un patrimonio dell’umanità intera, di ieri, oggi e domani». Il Führer gli rispose attraverso il generale Jodl: «Siate sicuro che la Wehrmacht farà tutto il possibile per evitare ogni pericolo alla città. Tuttavia io non sono persuaso che l’aviazione nemica risparmierà Firenze». Accadde il contrario, ovviamente. I tedeschi non mantennero la parola, catturando e uccidendo nella fuga giovani e contadini, dopo aver lasciato la città senza acqua, senza luce, e persino senza mezzi di trasporto della pubblica nettezza. Lui ne nascose un mucchio nella sua villa, a rischio della propria vita. Ma «quando realizzi un sogno gli devi tutto», disse lui. «E io avevo sempre sognato di sedermi qui un giorno a guardare un tramonto come se fosse mio».


[Numero: 145]