Romania gli euro entusiasti

È finito il far-west di “Trevisoara” adesso si importano operai specializzati dall’Italia

C’è chi si ferma, sbagliando, all’apparenza, osservando qualche strada malandata di provincia o degradati casermoni di malinconiche periferie. E chi conserva l’immagine antiquata di un Paese arretrato, conquistato da imprenditori d’assalto del Nordest, quelli che decenni fa trasformarono Timisoara in “Trevisoara”, attratti da manodopera a basso costo. No, dietro la forma c’è molto di più. C’è un Paese con una crescita da “tigre economica”, ponte per l’export verso Asia ed Estremo Oriente, con una Silicon Valley in Transilvania, startup tecnologiche, un grado di corruzione, secondo Transparency International, inferiore all’Italia. E qualche opacità, come emigrazione e calo demografico, fenomeni che stanno portando a una carenza di maestranze, problema inimmaginabile solo qualche anno fa.

Benvenuti in Romania, nazione che ha sperimentato trasformazioni epocali negli ultimi decenni. Lo confermano gli imprenditori italiani che operano nel Paese e ne hanno il polso. Persone come Roberto Musneci, presidente della Camera di commercio italiana per la Romania. Romania che oggi offre «qualità della forza lavoro, mercato domestico e infrastrutture in crescita, bassa fiscalità, l’Internet più veloce d’Europa», esordisce. La Romania «negli ultimi 15 anni si è sviluppata moltissimo, non solo dal punto di vista della struttura economica, ma anche per la qualità della forza-lavoro. I bassi costi erano quelli per cui si delocalizzava trent’anni fa, oggi non più». Anche il semplice binomio «produzione ed esportazione» funziona solo per le imprese straniere rimaste indietro con i tempi. Quelle più moderne sfruttano quello che è anche «un centro di eccellenza per informatica e telecomunicazioni», favorito da una educazione tecnica d’eccellenza, eredità del passato comunista, in una nazione che richiama oggi imprese che 15 anni fa avevano delocalizzato in Cina e Vietnam e che ora stanno «rilocalizzando qui», spiega Musneci. «Da quando è stata fondata la nostra società, il Paese ha cambiato letteralmente faccia» e oggi «è all’avanguardia dal punto di vista delle tecnologie», conferma anche Mirco Maschio, presidente del gruppo Maschio Gaspardo Romania, più di 400 dipendenti e un giro d’affari di 47 milioni di euro nel 2017, da più di un decennio in Romania. Ad esempio «noi abbiamo investito moltissimo nella robotizzazione perché qui ci sono figure professionali in grado di gestire la complessità degli impianti. Il Paese offre opportunità in termini di incentivi, è mutato nelle infrastrutture, è accessibile. In autostrada da Padova ad Arad è un giorno di viaggio e siamo vicini a mercati in via di sviluppo nell’Est, come Ucraina e Russia».

Quanti sono gli imprenditori nostrani in Romania? Tanti, conferma Filippo Petz, direttore dell’ufficio Ice a Bucarest, indicando in «46.417 le imprese italiane registrate, 18.801 quelle operative». Romania, aggiunge Petz, che è un Paese che rimane attrattivo per i nostri uomini d’affari e per le Pmi. «Se prendiamo solo il primo semestre di quest’anno, sono state 676 le nuove aziende a partecipazione italiana» sbarcate tra Timisoara e Bucarest, non certo ai livelli del 2010, quando furono oltre tremila, ma i numeri sono consistenti. Imprese che sono invogliate da un Paese che cresce – il Pil a +7% nel 2017, in rallentamento al +4,1% quest’anno, secondo la Commissione europea – e dove non si parla solo di “delocalizzazione” o internazionalizzazione che dir si voglia. «Non vogliamo che si porti via il capitale dall’Italia – assicura Petz – ma che si facciano più relazioni commerciali, ciò porta ricchezza reciproca». Romania che presenta anche qualche ombra. Politicamente, la piazza degli “indignados” rimane calda, ad accusare il governo di centrosinistra di voler allentare la lotta a corruzione e assoggettare il sistema giudiziario. Anche il motore dell’economia soffre qualche criticità, indebolito dai cambiamenti al regime fiscale e burocrazia, secondo uno studio del Foreign Investors Council, ma anche dai costi crescenti della manodopera, spesso introvabile perché dalla Romania ha perso il 15% della popolazione dal 1990 causa emigrazione e culle vuote, ha calcolato il Vienna Institute for Demography. «Ho ricevuto una telefonata da un collega in Belgio che cercava manodopera qui, gli ho detto che secondo me è molto più facile trasferirla dall’Italia», corrobora il quadro Luigi Caverni, imprenditore da quasi tre decenni in Romania. «Non c’è manodopera, stanno arrivando già operai specializzati dall’Italia», rivela. Il problema è però comune a tutto l’Est, dall’Ungheria alla Cechia. Quale soluzione? «Ce l’abbiamo – chiosa Caverni - ma in Europa non la vogliamo: l’immigrazione». La Romania è invece al momento relativamente immune da un altro problema dell’Est, gli “orbanismi” e l’anti-europeismo che qui sembrano non attecchire. «Il futuro lo conosce solo Dio», ammette Musneci, ma «una svolta pseudo-autoritaria a Bucarest ha un grado di probabilità estremamente basso. Se non inesistente».


[Numero: 145]