Romania gli euro entusiasti

Ci siamo salvati ridendo Il train de vie di Mihaileanu

Il suo faro è stato l’amore per il paradosso, coniugato con un’ironia speciale, nata dalla sofferenza e rivendicata con lucidità. Regista, scrittore e sceneggiatore rumeno, naturalizzato francese, nato a Bucarest 60 anni fa, in una famiglia ebraica, Radu Mihaileanu ha raggiunto la notorietà girando film divertentissimi su argomenti tristissimi. A iniziare dal più grande successo, Train de vie, in cui racconta la vicenda, ambientata nell’estate del 1941, di un intero villaggio ebraico dell’Europa centrale che, per sfuggire allo sterminio, inventa un falso convoglio ferroviario di deportati su cui si muoveranno finti carnefici nazisti e finte future vittime: «Sono partito da un desiderio: fare un film grande, colorato, pieno di vita, su una delle più immense tragedie dell’umanità, l’Olocausto». Ex-attore nel Teatro Yiddish della città natale, sfuggito al regime di Ceausescu nell’80, Mihaileanu spiegava così la sua necessità di far ridere: «Bisogna mostrare ai nazisti tuttora viventi e nascosti in Sud America che noi ebrei siamo vivi. E che cosa c’è di più vivo dell’umorismo? So che in genere questa chiave è considerata di serie b rispetto al dramma, ma io credo che la commedia possa essere molto più tragica della tragedia».

Intorno al suo film è nata una delle querelle più celebri della storia del cinema, dovuta alla somiglianza di spunti tra Train de vie e il film Oscar di Roberto Benigni La vita è bella. Tutte e due le opere affrontano l’Olocausto in una chiave che rende ridicoli i carnefici e trasforma in favola l’orrore e, in fondo, ripensandoci a distanza, non è un caso che lo spirito di un toscanaccio irriverente e quello di un romeno estraneo a ogni forma di autocommiserazione, abbiano avuto modo di incontrarsi lungo i binari dell’ispirazione cinematografica: «Se avessimo girato secondo i programmi - aveva spiegato Mihaileanu nei giorni della grande polemica -, il nostro film sarebbe stato pronto prima di “La vita è bella” e invece lo abbiamo fatto un anno dopo... così siamo arrivati inevitabilmente secondi, dietro un film basato sulla nostra stessa idea».

Un’idea importante, che Mihaileanu ha continuato a sviluppare nell’altro gioiello della sua filmografia, Il concerto, in cui, attraverso la vicenda del direttore d’orchestra Andrei Filipov, licenziato all’apice della gloria in Unione Sovietica durante l’era Breznev, il regista descrive la difficile condizione esistenziale degli ebrei vissuti per 40 anni in pieno totalitarismo, in quella stessa terra dove, durante le persecuzioni naziste, erano approdati sperando di trovare uguaglianza e integrazione. Anche nel Concerto, tra equivoci e colpi di scena esilaranti, il regista tornava al nodo di fondo della sua ricerca artistica: «Non ho particolari ricette - spiegava -. Forse bisognerebbe ringraziare il dittatore sotto il quale sono cresciuto, Ceausescu. Mi ha fatto crescere in un ambiente dove il miglior antidoto alla tragicità della situazione era quello di riderci sopra. Essendo insostenibile l’orrore cui assistevamo, usavamo l’umorismo come ossigeno per andare avanti. Penso sempre che questo sia il modo migliore per sopravvivere, e a conferma di questo, molto dopo, ho scoperto che l’ironia era il sentimento con il quale reagivano i prigionieri dei campi di concentramento. In realtà in tutti i miei film l’evento scatenante è tragico, ed è da quel tipo di accadimenti che cerco di dimostrare come la forza dell’animo umano sia capace di superare e reagire ad ogni difficoltà».

Per Mihaileanu confini, usi e costumi, sono sempre indicazioni labili, suscettibili di trasformazioni e superamenti. Nella Sorgente dell’amore, presentato al Festival di Cannes del 2011, aveva affrontato la questione femminile con riferimento alla primavera araba. Il film non era riuscito, ma lo sguardo risultava acuto e lungimirante: «Credo fortemente nell’identità europea, ma quando parliamo di cultura europea dobbiamo pensare a un “puzzle” molto ricco di diversi colori e caratteristiche».


[Numero: 145]