La fabbrica dei libri che non si leggono

Una vita sull’orlo del baratro dei libri non letti

Il primo libro che ho letto da sola, da bambina, era un grande e grosso (mi sembrava grande e grosso) volume rilegato con le fiabe dei fratelli Grimm. Regalato a Natale, a Santo Stefano l’avevo già finito. Mia madre disse che avevo sbagliato, dovevo leggere piano, poche favole alla volta, godermele, disse che così era da pazzi. Per me è impossibile, leggere è sempre stato cadere dentro un libro, leggere subito, leggere tutto. Anche adesso se sto lavorando, scrivendo, leggendo altro, e ricevo un libro che aspettavo, i racconti di Eugenides, oppure Addio fantasmi di Nadia Terranova, o L’unica storia di Julian Barnes, o Arte di Jasmina Reza, o Il senso di colpa del dottor Zivago di Pierluigi Battista, o Boy Erased di Garrard Conley, o le Poesie erotiche di Patrizia Valduga, devo iniziare subito, e se dentro un libro trovo un richiamo a un altro libro faccio immediatamente: compra con un click, su Amazon (questa è una confessione).

Sono capace di leggere anche i pdf sul telefono, posso leggere camminando, durante una riunione, seduta sullo scooter mentre aspetto che i miei figli escano dalle palestre, leggo su carta e su Kindle e mi piace mettere i segnalibri digitali alle pagine e ritrovare una frase di cui mi ricordo soltanto una parola usando la funzione: cerca. Quando mi chiedono: che libro stai leggendo?, il cervello mi si affolla di copertine e perdo lucidità. Forse non è il metodo migliore, ma è il mio metodo, il mio godimento: leggere il più possibile, leggere quasi tutto quello che mi accende, scrivere di quello che mi sembra più interessante, più di valore. Questo QUASI però diventa sempre sempre più gigantesco, e mi porta fin sull’orlo del precipizio a contemplare l’immenso baratro dei libri non letti. Mi gira la testa, so che non riuscirò mai ad accorciare la distanza con quello che mi sono persa e che mi perderò. Accanto al mio tavolo c’è un piccolo mobile su cui appoggio i libri che adesso non ho il tempo di leggere ma che vorrei leggere, che mi incuriosiscono, che mi sarebbero utili per cose che sto immaginando di scrivere, o che mi sono stati consigliati in modo efficace, e da luglio a oggi i libri si sono decuplicati mentre io sono riuscita a ripescarne soltanto uno, il memoir su Amatrice di Elena Polidori.

E in mezzo a questo mare di libri che non raggiungerò, di email di uffici stampa a cui non risponderò, c’è la concreta possibilità di perdere qualcosa di bellissimo, un capolavoro, un libro che passerà inosservato perché travolto e calpestato da altri libri, altre uscite, novità, ogni volta “libri dell’anno”. E l’autore penserà che il mondo non sa riconoscere il valore di un libro importante, e diventerà livoroso e cupo: una persona e uno scrittore peggiore perché cercherà di farsi notare adeguandosi ai libri in voga, oppure dirà: va bene mamma, farò il commercialista, oppure continuerà a scrivere e qualcuno lo celebrerà nel 2118.

Quando Bruno Ventavoli ha scritto la sua preghiera agli editori: stampate meno, dimezzate la produzione, abbiate il coraggio di scegliere, ho immaginato la mia libreria con i volumi in ordine alfabetico (non come adesso che non si capisce niente e ogni tanto crolla tutto), la scrivania con sopra soltanto tre o quattro libri e non quaranta, e un tempo per vivere, oltre che per leggere, anche un tempo per fare una passeggiata fino a una libreria. Ho immaginato la ferma serenità di sapere sempre che cosa è meglio leggere, che cosa aspettare con eccitazione, che cosa accantonare. La possibilità di leggere anche un libro uscito due anni prima senza sentirmi in colpa. Rileggerei anche le fiabe dei fratelli Grimm che quella volta, aveva ragione mia madre, ho divorato con troppa furia.


[Numero: 144]