La fabbrica dei libri che non si leggono

Sempre più libri e meno lettori è l’epoca dell’usa e getta

In Italia si pubblicano troppi libri, librai, lettori e pagine culturali ne escono sommersi e travolti, alla fine si bloccano in una sorta di rifiuto generalizzato, ha sostenuto Bruno Ventavoli su La Stampa. Ma no, rispondono gli editori, in altri paesi si pubblica anche di più, la ricchezza dell’offerta è una risorsa per tutti, noi filtriamo già molto le proposte che arrivano, uno su tremila ce la fa…E dunque resistere, resistere, resistere.

Benvenuti nel paese dove pochi leggono, tutti scrivono (vantiamo alcuni milioni di poeti in esercizio permanente effettivo, tra pubblicati e aspiranti tali), le tipografie lavorano giorno e notte, i librai soffocano strangolati da Amazon e da troppi libri inutili: i “libri no” di cui parlava Giulio Einaudi, quelli che invecchiano e muoiono nel giro di poche settimane, giacciono insepolti e nessuno li rimpiange. Altro che erigere con le belle lettere monumenti più duraturi del bronzo, come si vantava il vecchio Orazio. Adesso ci accontentiamo del polistirolo (la qualità della scrittura non interessa più a nessuno), ma certo la durata è quello che è. È l’epoca dell’usa e getta.

Gli unici che ci guadagnano, in un questo sabba infernale, sono i trasportatori. Come le palline dei vecchi flipper, sui loro camion altamente inquinanti i libri rimbalzano dalle tipografie ai magazzini degli editori, corrono in libreria e tornano subito indietro, per finire inghiottiti nel buco nero del macero. Avanti il nuovo gruppo di novità. Finché si ammette il diritto di resa, il sistema non può che crescere patologicamente, come la rana della favola, aumentando la produzione per compensare le rese crescenti, proprio come accade a certi prodotti finanziari, finché un brutto giorno la bolla scoppia e tutti giù per terra.

Sino a vent’anni fa, la scrittura stava per soccombere sotto la tirannia delle immagini tv, ed eravamo tutti lì a piangerne la prematura scomparsa. Poi è successo l’imprevedibile: gadgets elettronici sempre più sofisticati e potenti hanno restituito la scrittura a nuova vita. Ma la scrittura digitale è risultata breve e brevissima, intermittente, frettolosa, nevrotica, tanto più compiaciuta quanto più insulsa, una stenografia che si affida a frasi fatte e luoghi comuni, appiattita verso una banalità che ha aspirazioni di euforia comunicativa.

Tutti gridano, cioè si autopromuovono, con lo stesso linguaggio omologato verso il basso, e come se non bastasse si fanno dare un aiutino dalla stereotipia degli emoticon. Oggi ti scrivo una lettera di dieci pagine perché ho fretta, diceva Mark Twain. Per dotare di un pensiero umano i 140 caratteri di Twitter ci vorrebbero ore di lavoro, e tutti se la cavano con dieci secondi, in pratica il tempo di un rutto.

Mai come oggi il libro, la conoscenza, la memoria, la buona pratica storiografica sono apparsi tanto distanti dalla vita quotidiana. La cultura è considerata l’inutile trastulllo di pochi fumosi fancazzisti, il 60% degli italiani (stima generosa) non apre nemmeno un libro l’anno, intere regioni hanno un numero risibile di librerie, eppure incredibilmente un qual certo prestigio sociale continua a passare per la carta stampata. Affidiamo a un bene che pochi vogliono un’aspirazione alla stima e alla pubblica considerazione. La categoria dei professori è maltrattata e vilipesa, quando non aggredita fisicamente da genitori iracondi, eppure c’è ancora chi ambirebbe essere chiamato professore, e pensa che il miglior ticket per arrivare a tanto sia un libro. Che sarà mai un piccolo falso in più in un Paese farlocca che ha sempre vinto le Olimpiadi del taroccamento. Si rassegni Ventavoli: i libri pubblicati e gli scrittori della domenica continueranno a crescere, e i lettori a diminuire.


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