La fabbrica dei libri che non si leggono

Oggi la libreria sopravvive solo se forma la sua comunità

REPORTERS

Un libreria deve comprare solo quello che vende.

Questo è stato il primo insegnamento che ho ricevuto nella mia vita di libraio, erano gli anni ‘90, le librerie erano tutte indipendenti - aggettivo che evidentemente non significava nulla - e questa regola manifestava una propensione tutta votata al prevenire la richiesta di un cliente. La regola era semplice, la sua applicazione complessa naturalmente perché implicava una doppia conoscenza approfondita, del catalogo e del mercato, ma era possibile.

La scommessa si giocava sulle quantità, ovvero su quante copie di un libro si pensava di vendere, era quello il numero da divinare, la questione dei titoli era meno determinante. Una libreria di quartiere non aveva difficoltà ad articolare una proposta trasversale, dalla manualistica alla filosofia, dai bambini alla narrativa, ogni settore era rappresentato e questo era reso possibile sia da una minore uscita di titoli che da una precisa collocazione di un editore all’interno di un’area: era il tempo in cui ancora, seppur sempre meno, i grandi editori facevano scelte precise, che li connotavano e che a loro volta finivano per connotare le librerie.

Il panorama comprendeva quindi una richiesta trasversale a cui si offriva una proposta trasversale, e trasversale era il sapere del libraio. Lo chiamavano mestiere.

Poi tutto è cambiato, sono comparsi i megastore, la vendita on-line e gli i-book: il mercato a disposizione di una libreria si è improvvisamente contratto ma soprattutto la confusione editoriale e il conseguente spaesamento del cliente hanno mutato il senso della regola iniziale e oggi, prevenirne la richiesta, è diventata un’impresa semplicemente impossibile, sono troppi i libri che escono, troppi i competitors, troppo pochi i lettori.

All’interno di questo gioco che sembra fatto tutto di troppo e troppo poco, però, a ben guardare un’opportunità c’è, perché se è vero che è aumentato a dismisura il numero dei titoli pubblicati, e che i marchi editoriali tradizionali hanno tradito l’idea originaria di essere fabbricanti di opinioni, diventando generalisti, è anche vero che sono nate realtà editoriali di cui è ancora possibile seguire il progetto e la visione. Nella miriade di strilli che accompagnano le uscite dei libri, al libraio è offerta la possibilità di costruire la propria scelta in un modo che inevitabilmente finisce per essere unico e totalmente personale, è diventato un selezionatore, e come in ogni ambito, più le sue scelte sono precise più sono identitarie.

Oggi, più che da ciò che propone l’editoria, una libreria è connotata dalla sinergia tra il libraio e la sua clientela, questo ha fatto si che ogni libreria costruisse intorno a sé una propria comunità, propri bestsellers, propri autori di culto, una propria classifica che quasi mai coincide con quella di un’altra libreria, quasi mai con quella presente sui giornali.

Non c’è un giudizio di merito in questo, non c’è un era meglio prima e nemmeno un voler vedere a tutti costi qualcosa di buono oltre il buio orizzonte, è la constatazione di una realtà. Oggi una libreria sopravvive solo se la sua comunità è forte, radicata e ben gestita, se le sue idee sono chiare e il suo sguardo arriva a diventare una visione, di qualunque tipo essa sia, purché sia.


[Numero: 144]