La fabbrica dei libri che non si leggono

La gran fortuna di un romanziere

S e sono un bravo romanziere si vedrà, intanto è certo che sono un romanziere fortunato. Ho scritto il mio primo romanzo che ero già vecchio, e l’ho scritto perché degli editori mi hanno chiesto di farlo. Me lo hanno chiesto perché ero stato tra i cinque vincitori di un premio letterario bandito dal settimanale l’Espresso; il premio era diviso in due parti, la prima assegnata da una giuria di critici e letterati, la seconda dal voto popolare, io risultavo primo nel giudizio dei critici e ultimo in quello del popolo.

Che mi risulti nessuno degli altri vincitori ha pubblicato sull’onda della loro vittoria, dunque l’industria editoriale ha investito fidandosi del giudizio dell’élite e infischiandosene di quello del popolo, ecco i nomi dell’élite: Maria Corti, Alberto Moravia, Leonardo Sciascia, Franco Fortini, Alberto Arbasino, Enzo Siciliano, Daniele Del Giudice, Antonio Tabucchi, niente male come giuria; sono tutti morti, tranne Arbasino, ma non credo che ci sia un editorie che telefoni ad Arbasino per chiedergli se ha il nome di qualche esordiente da pubblicare.

Ho scritto il mio primo romanzo per un piccolo editore e su commissione; a parte quel racconto non avevo scritto mai niente, l’editore mi ha spedito un contratto e un assegno di un milione e io ho cominciato a scrivere, a quel tempo dovevo lavorare un paio di mesi per tirare su un milione.

Quel romanzo se ha venduto tanto ha venduto mille copie, ma per recensire l’ignoto esordiente, favorevolmente, si è scomodato tutto l’arco costituzionale della critica, da Geno Pampaloni su «Il Giornale» a Remo Ceserani su «il manifesto», cosicché, sfidando ancora il popolo, un editore più grande, quello che è rimasto il mio editore, mi ha inviato un nuovo contratto e un assegno ben più congruo con l’invito a riprovarci.

Ho in questo modo, sempre su commissione, pubblicato nell’arco di cinque anni due romanzi di vasto insuccesso di pubblico prima di ripagare il committente con il mio primo successo commerciale, «Il Coraggio del Pettirosso».

Sarò anche un bravo romanziere, ma non ci sarebbe modo di venirlo a sapere se non avessi avuto la gran fortuna di provarmici in un tempo in cui chi si occupava di letteratura godeva di massima competenza, prestigio e ascolto, e l’industria editoriale si riservava una quota per investire a lungo termine in base a giudizi di pura qualità.

Quel tempo è finito da un pezzo, quel sistema è, con i suoi uomini, morto e sepolto; ho la ragionevole certezza che se oggi fossi un ignoto esordiente non avrei nessunissima possibilità di pubblicare i miei primi romanzi, e, con tutto quello che ho imparato in questi trent’anni, serie difficoltà a pubblicare i miei ultimi.


[Numero: 144]