Domenica non è sempre domenica

Anche per la messa c’è un nuovo “tempo”

Dal punto di vista religioso, la sacralità e la specialità della domenica sono cambiate radicalmente nel terzo millennio dopo Cristo. E tra i motivi c’è anche il fenomeno dell’«emergenza riposo». È un prete a sostenerlo, don Carlo De Marchi, vicario della Prelatura dell’Opus Dei per l’Italia Centro Sud. Spiega: «C’è una fatica logistica che rende pesante organizzarlo». E non basta: «Si è intrufolata un’ansia da prestazione perfino in questo ambito: non importa tanto riposarsi davvero, quanto l’immagine che offro mentre mi riposo. A volte sembra che interessi di più mostrare in tempo reale su Instagram quello che sto facendo, piuttosto che farlo in santa pace». E questo è il contesto in cui è inserita la domenica: «Corro tutta la settimana per arrivare al sabato, carico di aspettative enormi il weekend e poi spesso mi ritrovo deluso».

Don De Marchi è convinto che invece «la domenica sia innanzitutto il giorno in cui curare le relazioni. Con familiari, amici e anche con Dio». Questa è la via per «riscoprire la vita come un dono». Via che passa attraverso la messa, «troppo spesso vista solo come una specie di tassa da pagare». Si può dire che è diffusa una concezione di Dio come «un grande “vigile urbano”, che mi controlla, mi indica i limiti da rispettare e i divieti di sosta, e se sbaglio mi toglie i punti alla patente». Così la messa diventa «un pedaggio, un varco attivo la domenica; mentre i sacramenti sono i documenti da rinnovare periodicamente e la Chiesa è una specie di “motorizzazione civile” che mi obbliga a fare code noiose per ottenere un timbro». Invece per don Carlo non è così: «Ognuno di noi non è un soggetto isolato e la messa non è un momento di preghiera individuale e intimistica, bensì un incontro di una famiglia di famiglie».

Franco Garelli, sociologo delle Religioni, ricorda che la domenica è il giorno «della rigenerazione, necessaria in una società piena di stimoli, stress e tensioni. C’è bisogno di evadere, di sospendere». E per i credenti «tiepidi», che vivono la fede «più in termini culturali che spirituali, c’è meno esigenza di ritrovarsi in parrocchia». Vivono una «religiosità meno impegnata che magari si ravviva nei momenti decisivi della vita, quando ci sono i punti di rottura dell’esistenza, ma non viene coltivata in una dinamica settimanale che culmina con la messa». E spesso vanno alla ricerca «di quei luoghi che nutrono lo spirito con liturgie particolari, omelie avvincenti; sono centri di spiritualità come monasteri, comunità con personaggi carismatici».

Gli attimi in cui si ha a che fare - o ci si scontra - con la caducità della vita, la sete di infinito, il senso sfuggente dell’esistenza, sono inevitabili. E per Garelli oggi è «molto più disseminata la ricerca di spiritualità, anche perché si hanno tante occasioni per pensare alle questioni decisive; può capitare quando si incrocia la malattia di una persona cara, o di fronte alle bellezze della natura, o nelle esperienze di volontariato». Per Garelli «si può incontrare Dio in tante pieghe della vita, magari inaspettate, non più solo la domenica a messa». Anche perché «è cresciuto il livello di riflessività».

Infatti c’è chi dice «non vado a messa ma prego per conto mio». Per don Carlo però la gente deve stare attenta a non cadere in «un problema di linguaggio. Ci vuole un minimo di conoscenza del significato di parole e gesti della liturgia: capire il senso di ascoltare stando in piedi, adorare in ginocchio, rispondere “amen”, fare silenzio o una preghiera detta o cantata insieme agli altri... La liturgia segue il ritmo del tempo, delle stagioni, delle età della vita». E la Messa è «il momento in cui Dio, che è eterno, entra nel tempo, nel mio tempo».

Don De Marchi dà poi due consigli su come vivere il settimo giorno, facendosi «aiutare» da due papi. Innanzitutto bisogna rallentare i ritmi, perché «“solo l’amore dà riposo”, dice Francesco, e per amare e accorgersi di essere amati ci vuole tempo». Poi Benedetto XVI, per cui messa e preghiera «sono “zone di libertà, di vita interiore, che la Chiesa ci dona e che sono una ricchezza”». Ecco, per don Carlo la messa appartiene al tempo libero, «non alle cose da fare».


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