Orban and C un'Europa piccola piccola

Due modelli: Spinelli e Thatcher Prendiamone atto o finisce tutto

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Qualcosa non funziona in Europa: è tempo di capire perché, ma anche di avanzare proposte. Antonio Armellini, diplomatico di lungo corso, ha scritto insieme a Gerardo Mombelli – che fu anche portavoce di Altiero Spinelli – un libro che delinea i contorni di un’Europa possibile, Né Centauro né Chimera. Per un’Europa plurale (Marsilio Editore). «Era stato scritto in seguito allo choc di Brexit – ci dice Armellini – ma si può dire che antivedeva ciò che sta accadendo ora con i Paesi dell’Europa dell’Est».

Ambasciatore Armellini, era il 2004 quando questi Paesi fecero il loro ingresso nell’Unione Europea. Proviamo a ricostruire quel clima?

Diciamo che fu pagato un debito contratto cinquant’anni prima, durante i quali il messaggio del blocco occidentale era inequivocabile: “Venite da noi, liberatevi dal giogo socialista e troverete pace e prosperità”. Il giogo socialista cade e questi Paesi bussano alla porta dell’Europa, che non poteva non accoglierli. Cos’è che non abbiamo capito? Che nel momento in cui il velo dell’internazionalismo socialista si dissolve, il dibattito politico in questi Paesi regredisce agli anni Trenta, se non addirittura ai tempi della prima guerra mondiale. Le rivendicazioni nazionaliste ungheresi, all’epoca, parlavano ancora del “Tradimento del Trianon” (dal trattato di pace con cui le potenze vincitrici della prima guerra mondiale definirono le sorti del Regno d’Ungheria dopo la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico, ndr). Negli anni Duemila parlare in Italia o in Francia del trattato del Trianon era come parlare del Medioevo…

Agende completamente diverse?

Certo, nel caso dei paesi del gruppo Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia, ndr) non si trattava di mettere in comune una sovranità, ma di riconquistare una sovranità perduta, e questo spiega molte cose.

Come mai non lo abbiamo capito?

Erano due le nazioni che non avevano un particolare interesse a capirlo: la Gran Bretagna, che pensava all’allargamento dei mercati, e la Germania, che guardava alle sue sfere di influenza. Entrambe probabilmente hanno pensato che il vantaggio a lungo termine sarebbe stato sufficiente a compensare gli squilibri. E invece è successo il contrario.

Non crede che l’Europa coltivasse anche dentro di sé il germe del sovranismo, del populismo e della xenofobia?

I Visegrad sono stati una sorta di detonatore indiretto, una cartina di tornasole che ha mostrato tutti i limiti del trattato di Lisbona. Il sovranismo è conseguenza poi di una crisi economica che arriva qualche anno dopo, e l’immigrazione – che come è noto è un non-problema – è il segno dell’assenza di un quadro riferimento comunitario, che si è ritorto contro i Paesi di primo arrivo.

L’Europa ha infine battuto un colpo, riportando all’attenzione l’importanza dell’articolo 7 e di un sistema valoriale. Cosa significa questo praticamente?

Potrebbe significare la presa di coscienza di un processo che esiste da tempo e che si è cercato di cauterizzare fino a Lisbona e cioè che non c’è un sistema valoriale condiviso. C’è l’idea di un mercato che può essere un guadagno per tutti, ma non di un progetto comune.

Che fare?

Nella migliore delle ipotesi si prende atto di una diversità e si riprende il discorso delle diverse velocità, delle geometrie variabili. Diciamo che si possono identificare tre gruppi in Europa: un gruppo che coincide almeno parzialmente con quello dei fondatori, che perseguono il progetto originario di un’Europa integrata in cui si riducano le sovranità nazionali; un secondo gruppo che storicamente coincide con la Gran Bretagna e oggi è rappresentato dagli scandinavi, che puntano soprattutto alla razionalizzazione del mercato; e poi c’è il gruppo nuovo, quello dell’Est, che si sta allargando anche agli Olandesi, che vedono nell’Europa la libertà di mercato, la sicurezza e il rafforzamento del vincolo transatlantico.

Tre realtà incompatibili?

No, forse è il momento di prendere atto di questi diversi percorsi e agire di conseguenza.

Qual è la vostra proposta?

Dobbiamo prender atto del fatto che costringendo tutti nella camicia di forza di un percorso unitario si finisce per inserire nel progetto europeo un germe distruttivo molto preoccupante. La via di uscita è immaginare percorsi diversi. Per semplificare abbiamo identificato due Europe, che abbiamo chiamato l’Europa di Spinelli e l’Europa di Margaret Thatcher. La prima punta alla realizzazione di politiche sovranazionali, e l’altra guarda con maggiore attenzione agli inquadramenti economici. Non si tratta di una gerarchia tra gruppo A e gruppo B, il primo che guida e il secondo che segue, ma di un’osmosi nella diversità.

Non si rischia così di stravolgere le istituzioni europee?

Si rischia di più non facendolo. Bisogna lavorare su come rendere più efficace l’attività del parlamento europeo e creare un raccordo migliore tra parlamento europeo e parlamenti nazionali, senza togliere le competenze, ma creando una comunicazione più diretta. Nello spirito delle convergenze parallele, dove l’aspirazione era quella di rafforzare il sistema democratico, nel mantenimento delle diversità.


[Numero: 141]