migranti del clima salvatori del gusto

Il segreto sta nel seme: bisogna coltivare i miscugli

I problemi del mondo che dobbiamo fronteggiare quali povertà, fame, malnutrizione, malattie, riduzione della biodiversità, cambiamento climatico, sono tutti in qualche modo riconducibili ai semi.

I semi sono legati ai cambiamenti climatici perché vi è bisogno di colture capaci di adattarsi al clima che cambia; sono associati al cibo, poiché la maggior parte del cibo proviene dalle piante e, attraverso il cibo e la nutrizione infantile, alla povertà. I semi sono legati all’acqua, il 70% della quale viene utilizzata per irrigare e i semi di varietà in grado di produrre bene con meno acqua renderanno disponibile più acqua per altri usi umani.

Infine, i semi sono legati alla biodiversità in generale e all’agrobiodiversità in particolare. E qui c’è una contraddizione tra la letteratura scientifica da un lato, la quale sottolinea l’importanza dell’agrobiodiversità per la sicurezza alimentare, per aumentare i redditi agricoli, per generare occupazione e per ridurre l’esposizione ai rischi dei cambiamenti climatici, e la tendenza del moderno miglioramento genetico verso l’uniformità dall’altro. Campi perfettamente uniformi dominano il paesaggio agricolo moderno. E dire che la scienza già quasi 100 anni fa ha cominciato a dimostrare i benefici della diversità delle colture e del coltivare popolazioni anziché varietà uniformi nel limitare lo sviluppo di malattie, ma anche nello stabilizzare le rese di fronte ai cambiamenti atmosferici, sempre più frequenti, da un anno all’altro.

Ma la medicina oggi ci dice anche che la nostra salute fisica e mentale dipende da un sano (= ricco di diversità) microbiota, la cui composizione e diversità cambiano, alcuni dicono in appena 24 ore, con il cambiare della dieta. Questo spiega lo straordinario interesse mediatico per i confronti tra varie diete: i pareri di chi fa questi confronti non sempre concordano, ma ciò su cui tutti i nutrizionisti sembrano essere d’accordo è che la diversità della dieta è di fondamentale importanza per un microbioma sano.

E qui cominciano i problemi: come facciamo a mangiare diverso, se il 60% delle nostre calorie e il 56% delle proteine dalle piante deriva da appena tre specie vegetali, cioè frumento, riso e granturco che sono molto meno nutrienti di, per esempio, orzo, miglio e sorgo. Il miglio e il sorgo hanno bisogno di meno acqua rispetto a mais, riso e grano e infatti rientrano tra quelli che oggi si chiamano cibi intelligenti.

E ancora: come facciamo a mangiare diverso se quasi tutto il cibo è prodotto da varietà geneticamente uniformi?

Oggi la ricerca risponde a questi problemi ripensando al modo in cui si fa miglioramento genetico passando dal “coltivare uniformità” al “coltivare diversità”. Questo lo si può fare in modo rapido ed economico con il miglioramento genetico evolutivo, un metodo che pur avendo largamente dimostrato il suo valore scientifico non ha mai avuto sbocchi pratici forse perchè i suoi prodotti sono difficilmente brevettabili ma che oggi in diversi paesi tra cui l’Italia, sta dimostrando che coltivando miscugli anziché varietà uniformi si riesce a combinare resilienza nei confronti dei cambiamenti climatici, capacità di controllare biologicamente malattie, insetti e infestanti consentendo di fare a meno di pesticidi e diserbanti, autoproduzione del seme da parte degli agricoltori, e infine la produzione di cibo molto più diversificato con notevoli benefici per la salute.


[Numero: 140]