papà giochiamo insieme

Non è mai troppo tardi e giocando si impara

Il gioco è trasversale. Impegna adulti e bambini, e perfino animali: il cane rincorre bastoncini e il gatto gioca con le lucertole, anche se lasciano perplessi i “giochi di strategia” con tavolieri e pedine pubblicati per loro dalla Trixie.

I bambini greci e romani si dedicavano a giochi di movimento o con sassolini, astragali e noci, tipici della loro età: per i latini “lasciare le noci” era metafora del divenire adulti, un vecchio la cui mente regrediva “riprendeva le noci”. Intanto i grandi, sulla scia di egizi e sumeri, creavano tavolieri per filetto, latrunculi, duodecim scripta. Giravano con pedine e dadi e giocavano dove capitava, incidendo le plance su scalini e lastricati: se ne trovano in giro per tutto l’Impero. Anche sui tavoli delle taverne, perché spesso il gioco portava puntate in denaro e bevute, causando diverbi e risse. Nacquero così le leggi contro l’azzardo.

Con la morale cristiana si aggiunge la condanna di ogni gioco in quanto occupazione improduttiva. Anche quello infantile va moderato: le vite dei santi li descrivono come bimbi saggi che rifiutano il gioco. Si sconsiglia ai padri di giocare con i figli ricordando l’Ecclesiaste: «Coccola tuo figlio e ti darà brutte sorprese, gioca con lui e ti farà soffrire». I roghi delle vanità nelle piazze medievali bruciano assieme mazzi di carte, dadi e scacchiere. Ma Alfonso X re di Castiglia scrive il Libro de los juegos e distingue: i giochi di pura alea sono per mentecatti, scacchi e affini sono nobili perché esaltano la ragione non subordinandola al caso, giochi ancora più degni coniugano alea e strategia consentendo di dominare la casualità con l’intelletto. E sui dadi Cardano fonda i principi della statistica.

Fra divieti e nobili endorsement, bambini e adulti continuano a giocare. Talvolta alle stesse cose: nel 1556, a Bruxelles le trattative fra l’Imperatore e l’ammiraglio de Coligny vengono interrotte dai loro chiassosi seguiti che giocano a crecimontone, saltandosi reciprocamente sulla schiena come bimbi. Quattro anni dopo, nel suo dipinto “Giochi dei bambini”, Bruegel il Vecchio raffigura anche alcuni adulti che spingono il cerchio col bastone. Nelle veglie serali delle fattorie e nelle corti rinascimentali si fanno giochi di società poi ripresi dalla borghesia salottiera: la linea tra gioco infantile e adulto è sottile se si mimano parole da indovinare o ci si interroga evitando di rispondere sì, no, bianco, nero. I surrealisti prendono ai bambini il gioco di continuare una frase piegando il foglio per coprire quanto già scritto e lo trasformano nel Cadavere Squisito, manifesto artistico e fonte d’ispirazione.

Intanto si riscopre il motto latino “ludendo docere”. A scuola si gioca come ausilio alla didattica e clandestinamente sotto il banco. Con la scusa di imparare, anche gli adulti giocano: a Kriegspiel e wargame nelle scuole di guerra, a un po’ di tutto in corsi di formazione e in eventi di team building.

Oggi, comunque, anche gli adulti sanno giocare per il solo piacere di farlo. In una società dove i grandi coltivano molte passioni un tempo relegate ai ragazzini, padri e figli si scambiano consigli su giochi di ogni tipo: in scatola, elettronici, di ruolo. Il marketing ne offre di mirati a ciascuna età, ma la vera chiave è saper giocare assieme. In questo sono maestri i tedeschi con i loro Familienspiel: giochi da tavolo così semplici che anche un bambino può capirli, ma in cui un adulto trova il gusto di raffinate sfide strategiche. Il modello ha segnato anche autori ed editori italiani, che a classici come Risiko! e Monopoly hanno affiancato molti titoli più freschi e innovativi. Provate a dare un’occhiata in qualche negozio specializzato: c’è davvero di che divertirsi.


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