È nel mare il segreto dell'estate

Il pesce pescato in un anno in Italia basta appena per cento giorni

Il mare non sta bene. Inquinamento, cambiamenti climatici e acidificazione ne stanno compromettendo la salute e le sue risorse rinnovabili d’interesse commerciale, come pesci, crostacei e molluschi, non sono esenti da ripercussioni. Dal 9 aprile di quest’anno è terminata in Italia la disponibilità di pescato. Naturalmente questo dato va spalmato sull’intero anno solare, ma significa che se avessimo avuto disponibile, ad inizio anno, il totale del pesce pescato in Italia nel 2018, sarebbe stato sufficiente solo fino al 9 aprile. In realtà non ce ne accorgiamo perché ogni mattina 40 Paesi di tutto il mondo portano pesce fresco nei nostri mercati, oltre ovviamente a orate, spigole, rombi e salmoni provenienti dall’acquacoltura marina e filetti di persico provenienti dal lago Vittoria o peggio ancora di filetti di pangasio provenienti dal Delta del Mekong.

Il rapporto “Fish dependence day 2018” della New Economics Foundation ha calcolato il giorno in cui l’Italia è diventata dipendente dalle importazioni estere necessarie per colmare il fabbisogno ittico. L’analisi tecnica mostra l’autosufficienza erosa dal nostro Paese. Le risorse nazionali ittiche si stanno esaurendo sempre prima nel tempo: soli 100 giorni circa di “indipendenza ittica” l’anno. I consumatori dipendono materialmente dalle importazioni di pesce per il proprio fabbisogno. La produzione ittica italiana ricopre il 13% del totale europeo, pari a 1,27 milioni di tonnellate di pesce, insufficiente per il mercato interno. In Europa si consumano mediamente 23 chili di pesce l’anno a persona: 25 chili in Italia, meno della metà del Portogallo che con 56 chili a testa è leader in Europa e cinque volte in più dell’Ungheria, ultimo in classifica con poco più di 5 chili. Negli ultimi 15 anni il grado di autoapprovvigionamento dell’Italia è andato deteriorandosi da circa il 50% del 1990 a meno del 30% nel 2017. Fino a trenta anni fa, l’Europa era in grado di soddisfare e garantire la sua produzione interna, pescando nelle proprie acque fino a cavallo tra l’estate e l’autunno. Quest’anno il “Fish dependence day” europeo è caduto il 9 luglio, data confermata dal Comitato Scientifico Tecnico ed Economico della Commissione Pesca dell’Unione Europea. Il report del 2017 ha certificato che 32 su 36 degli stock ittici del Mediterraneo sono sovrasfruttati a causa di una gestione inadeguata.

L’ultimo rapporto “Sofia” sullo stato mondiale della pesca e dell’acquacoltura, redatto dalla Fao, evidenzia che le quantità di pescato si sono ridotte: il 33% di stock ittici globali è sovrasfruttato, il 58% utilizzato al limite della sostenibilità e solo l’9% degli stock ittici è pescato con moderazione. Questa situazione è il risultato di una pesca non sostenibile biologicamente. Notevole contributo a questa situazione è dato dal miglioramento, nelle ultime decadi, delle tecniche di pesca e delle tecnologie di navigazione.

L’ultimo cibo selvatico meriterebbe più attenzione da parte di tutti: dal pescatore, la cui vita dipende dal buono stato della risorsa, dalla politica che deve cercare di ritornare a sentire le ragioni di tutti i lavoratori del settore ed essere più concreta e soprattutto dai consumatori finali. A loro bisogna dedicare più attenzione, informandoli ed educandoli a un consumo più responsabile e attento.

L’acquacoltura non è la soluzione alla sovrapesca ma una causa. L’allevamento di pesci carnivori, come spigole, orate e salmoni, implica un costante apporto di altro pesce selvatico destinato alla produzione di farine animali. L’utilizzo di mangimi vegetali a base di proteine di soia non ha dato risultati apprezzabili. Un’alternativa sostitutiva per il mangime è costituita dall’utilizzo di proteine animali, come gli scarti di pollo permessi di recente dalla nuova legislazione Ue. La resistenza mostrata dai consumatori ha obbligato la grande distribuzione a evitare tale metodo.

Bisogna anche non dimenticare il peso commerciale delle importazioni straniere di specie allevate come i salmoni cileni e norvegesi (in Italia è tra i pesci più consumati) o i gamberi del Sud-Est asiatico. Provengono da Paesi dotati di legislazioni permissive sul massiccio uso di antibiotici e coloranti in acquacoltura, motivo per il quale si dovrebbero ridurre i consumi. Bisogna quindi ridurre il consumo di pesce allevato e utilizzare in abbondanza i molluschi bivalvi, cozze, vongole, ostriche, sono gustosi e forniscono oligoelementi e proteine nobili, senza intaccare il capitale naturale.

*Biologo marino dirigente di ricerca Stazione Zoologica Anton Dohrn


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