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Guareschi, Ligabue, Zavattini... Quante teste matte dove il grande fiume fa la Curva

Per un fiume impennarsi è un’impresa. Eppure il Po davvero s’impenna. In pianura scorre come una pellicola. Tra Brescello e Luzzara compie quella che probabilmente è la sua più curva più ampia. Disegna un meandro dentro il quale sprofonda il Mantovano con la sua appendice viadanese - in questa stagione buona per i meloni - e col suo Oltrepò (la Lombardia emiliana non ha solo quello pavese). Invece da Sud, in quella curva del Po, penetra testardamente una punta della provincia di Reggio che potrebbe essere chiamata l’Emilia lombarda. Qui come altrove è l’acqua che modella la terra, ha formato principati e paesi, pioppeti e terre basse, ha costruito un cantone per uomini speciali. Da film.

Vien quasi da pensare che molta gente di qua è il risultato dell’incrocio secolare fra le teste quédre reggiane e i magnanébia mantovani. Teste spigolose e divoratori di nebbia. Questa è una favola per comprendere tante genialità e follie nel percorso di soltanto venti chilometri arginali. Se si arriva dal Parmense (guai chiamarlo Parmigiano, che è un aggettivo geloso, solo urbano, di Parma e basta), passato il fosso-confine disegnato dall’Enza s’arriva a Brescello. Ogni portico, pietra, coppo parlano di Peppone e don Camillo insieme al museo che ne raggruma l’epopea letteraria e poi cinematografica.

Nel 1952 trovarono qui, precisamente qui, l’ottimale location per il Mondo piccolo di Giovannino Guareschi che era parmense di Roccabianca e del quale ricorre il Cinquantesimo anniversario della morte. I personaggi interpretati da Gino Cervi e Fernandel si sono così storicizzati che, fusi in bronzo, si salutano sul sagrato, a furba distanza, negli angoli estremi. E il Cristo Parlante – fatto apposta in più versioni a servizio delle angolazioni di ripresa – è stato conservato e ora si impone nella cappella a sinistra, con ogni onore e venerazione. Addirittura, da un prete vero il Crocefisso cinematografico è portato in processione fino alla riva, all’acqua del fiume, al Po che viene benedetto, con tutta la sua carica miracolistica. No, filmografica.

Poi c’è Boretto con la dignità di porto, tanto caro alla lontana Serenissima Repubblica di Venezia da intitolare la sua basilica e la piazza a San Marco, altre due chiese a San Rocco e a Santa Croce come fossimo in Laguna. Nell’area del porto turistico fluviale il Museo del Po e della Navigazione interna e il Museo Casa dei Pontieri. Se vi piace l’agrodolce o il sottaceto qui siete in gloria: è il reame della cipolla borettana che sposata con l’aceto balsamico, i lessi, gli arrosti e i salumi vi conferma che siete precipitati in Padania, ultrapiatta, umida, sostanziosa, calorica.

L’epicentro dei matti geniali è poco più a sudest, sempre sotto l’argine maestro, a Gualtieri. È il paese di Antonio Ligabue capostipite di una corrente artistica solo sua e ancora rintracciabile nelle golene, nei pollai, le case abbandonate, l’acqua ferma, le tigri e i leopardi, le antilopi. Basta assecondare Toni al mat e – vedrete - questi esotismi popoleranno i paesaggi della Bassa e le menti compiacenti. Come avvenne per Salvatore Nocita che nel 1977 qui girò il suo Ligabue con uno straordinario Flavio Bucci. Il visionarismo di questo lembo fluviale reggiano mai finisce di arenarsi. È in lavorazione un nuovo film su Toni, Volevo nascondermi diretto da Giorgio Diritti e interpretato da Elio Germano. Anche il centro di Gualtieri è un film di pietre cotte: dentro Palazzo Bentivoglio sono ospitati il Museo Documentario Antonio Ligabue e la Donazione Umberto Tirelli, il grande sarto teatrale e cinematografico che lavorò con Zeffirelli, Olmi, Fellini, Visconti. A Roma dalla Bassa con due macchine per cucire, Tirelli è stato colui che ha vestito il grande cinema italiano.

Con un viaggio di dieci minuti si raggiunge Guastalla che non è borgo e neanche paese, ma capitale di principato, con tanto di Palazzo Ducale, ancora protetto da Ferrante Gonzaga, condottiero braccio destro dell’imperatore Carlo V. La sua statua di bronzo modellata da Leone Leoni vigila sulla piazza come fosse l’effige d’un patrono laico e muscolare: Ferrantone, Frantòn. Un nome di tuono e ferraglia.

Ancora dieci minuti di viaggio in auto assecondando la curva del Po che punta a settentrione e si raggiunge Luzzara. Luogo dove la ü e la ö galliche di Lombardia si infiltrano nella parlata come in una carta assorbente. Dove la patria dei pittori ingenui diventa densa, si chiude e si apre nel Museo Nazionale delle Arti Naïves, fondato da Cesare Zavattini cinquant’anni fa con un’intuizione prodigiosa e un amore sacrosanto per il paese suo. Lo sceneggiatore, regista, poeta, giornalista, pittore nacque infatti qui nel 1902. Un uomo di Po, con la sua gamma di grigi e una carica creativa esondante. Lui, Cesaròn, che ha firmato le sceneggiature di capolavori come Ladri di biciclette, Miracolo a Milano, Il giardino dei Finzi Contini, mai abbandonò Luzzara.

Anche se stava chissà dove nel mondo, Zavattini però mangiava la sua terra, se la faceva portare. I Nizzoli, ristoratori veraci di Villastrada - sull’altra sponda del fiume – impiattatori di rane, maiali e lumache, gli procuravano pane fresco e tortelli di zucca da divorare nella sua casa romana. Se ora Zavattini potesse reagire alla maniera neorealistica mi manderebbe a quel paese perché la sua casa era il Po, quella precisa curva del Po che probabilmente ha irrorato la raccolta di poesie dialettali Stricarm’ in d’na parola. Stringermi in una parola. Dentro il monosillabo Po il mondo è smisurato.


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