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Dal Giappone alla scoperta del Po: È come un serpente bianco che si mangia il mare

A guardarlo dall’alto il Po è un serpente bianco in un prato che striscia e spalanca la bocca per afferrare una preda: il mare. Avvicinandosi però, si scorgono i dettagli: i pescatori che attendono pazienti sulla riva, le coppie che passeggiano nei viali, gli escursionisti sul Monviso, i braccianti nelle campagne della Pianura Padana. E industrie, autostrade, treni. Le ex centrali nucleari di Trino Vercellese. Il Porto di Marghera e il Lido di Venezia. C’è anche un cartello con su scritto “via Po”. Ma non arriva dall’arteria che dal ponte Vittorio Emanuele a Torino porta a piazza Castello, con i suoi portici e i negozi storici. Non ne ha i caratteri regali e un po’ austeri. Sembra di un piccolo paesino. Una delle tante anime sorte sulle rive del fiume che è forza e paesaggio, natura e industria. Sohei Nishino, fotografo e artista giapponese classe 1982, le ha attraversate tutte.

Un lungo viaggio a piedi, diviso in tappe che lo ha portato dalle sorgenti sul Monviso fino alle ciminiere di Porto Marghera. Lui, giapponese, giovane e già affermato nel panorama internazionale (all’attivo anche una monografica al Moma di San Francisco nel 2016), si è immerso sul corso del Po con l’occasione di un concorso su industria, società e territorio, GD4photoart, bandito dalla Fondazione Mast di Bologna. E quale fiume poteva essere più adatto? Qui, sulle rive che tagliano la Pianura Padana, vivono oltre sedici milioni di persone. Qui, fervono un terzo delle attività industriali e agricole italiane. Qui, in una delle zone più ricche d’Europa, il paesaggio porta il segno dello sviluppo industriale.

Nishino ha scattato più di 40.000 foto e poi le ha tagliate e montate, a ricreare una mappa macro partendo dal micro, dal ricordo, e viceversa. Una ricognizione emotiva. «La nostra mente non crea immagini oggettive, come quelle di Google Maps – racconta -. I nostri luoghi sono fatti di memoria, di immagini: quello che io cerco di trasporre in concreto, la base del mio lavoro artistico». 652 km racchiusi in otto tavole verticali.

Si chiamano diorama questi strani paesaggi. Come lo strumento inventato da Daguerre e Bouton nel 1822 per rendere vivi con effetti tridimensionali luoghi, persone, oggetti. Allora teloni trasparenti dipinti venivano appesi a diverse distanze e illuminati con luci nascoste. Oggi il termine indica le riproduzioni tridimensionali dei musei di scienza o della tecnica. Nishino lo ha preso in prestito per le sue mappe sentimentali. Un lavoro cui si dedica da oltre dieci anni, quando era ancora studente all’Università. Non solo il Po, dunque, ma anche San Francisco. E Parigi, Gerusalemme, Tokyo, Berna. Mai però fino ad ora al centro del suo lavoro c’era stato un fiume.

La fascinazione per l’acqua ha origini antiche. «Da piccolo quando dalla mia regione natale, Hyōgo, bagnata dal mare su due sponde e attraversata da fiumi, guardavo l’acqua, mi chiedevo da dove arrivasse, da quanto tempo fosse lì. Ho osservato che tutte le città nascono intorno ai fiumi. Ma il nostro focus è sempre sulla parte urbana. E per una volta ho scelto di ribaltare la prospettiva. D’altronde il Po c’era prima e ci sarà anche dopo delle città». La scelta estetica è un bianco e nero elegante. «I paesaggi che fotografo, e il Po in particolare, sono pieni di colori. Se scattassi a colori lo sguardo dello spettatore si perderebbe. Il contrasto netto è importante. Aiuta a orientarsi».

Di fronte al pubblico accorso a incontrarlo alla presentazione della sua opera alla galleria Camera di Torino Nishino racconta di un’altra fonte di ispirazione. È il film “I 100 chiodi” di Ermanno Olmi. In quanti tra i presenti lo avranno visto? Lui l’ha fatto e dà per scontato che così sia per gli altri. Il pubblico nicchia, tra il sorpreso, il compiaciuto e l’imbarazzato. Il protagonista del film, un giovane professore universitario di filosofia, ha inchiodato al pavimento della biblioteca i volumi su cui si è formato e per questo è ricercato: trova rifugio sulle rive del Po, a Bagnolo San Vito, dove una piccola comunità gli offre un riparo sicuro e tranquillo.

Con questa visione idilliaca e bucolica è partito Nishino. Un’idea che si è modificata man a mano che scopriva la potenza industriale del fiume, che nasce puro e nel suo corso, mentre nutre la società che gli cresce intorno, ne raccoglie anche gli scarti. «Non avevo in mente di realizzare subito una mappa così completa, ma è venuta strada facendo». Mentre il suo viaggio si riempiva d’incontri. «Sono abituato a passare giornate intere nel mio studio da solo. Giornate in cui non vedo nessuno, per realizzare i lavori. Durante il viaggio amavo fermarmi a parlare con le persone. Osservare il rapporto che avevano col fiume. Ad esempio a Torino mi ha colpito l’integrazione del Po nella vita cittadina. Come gli abitanti siano abituati a viverci vicino, a navigarlo. Però sono rimasto stupito dal fatto che nessuno facesse il bagno. In tutti i miei percorsi sul Po non ho visto persone nuotare nel fiume. Tranne uno: si chiama il Re del Po. Lo conoscete? È un uomo che vive a Boretto, in provincia di Reggio Emilia».

Il Re del Po è Alberto Manotti, ha 71 anni, è nato vicino al fiume e per il fiume ha vissuto. Negli ultimi anni, sulle rive sabbiose, ha costruito “Il villaggio di Pan”: una creazione fatta per far felici i bambini, farli giocare su un veliero immaginario, fatto di 25 mila pezzi di legno e fissato con oltre duecentomila chiodi. Lui e la sua creazione appaiono a un occhio accorto in alto a sinistra nella quinta tavola (da sinistra). Una figura che ha affascinato Nishino. «Il Re del Po – racconta l’artista come fosse anche lui un bambino pronto a giocare con il veliero –. Ha più volte lottato con la municipalità per non far distruggere la sua creazione. E, mi ha raccontato, è riuscito a raggiungere questo obiettivo solo quando i bambini hanno iniziato a usare la struttura come parco giochi. Lui fa il bagno nel fiume. Lo ha sempre fatto. Perché gli altri non fanno lo stesso?». Fiume, natura, industria, territorio. La risposta Nishino l’ha trovata nel paesaggio. Che ha da tempo perduto l’innocenza.


[Numero: 134]