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Cieco, anfibio e misterioso, il proteo guizza nel Timavo come l’inconscio della storia

Fa la sua comparsa in Friuli Venezia Giulia dopo un’apnea sotterranea di decine di chilometri attraverso l’ex Jugoslavia. È il Timavo, fiume carsico per eccellenza, simbolo di una terra di confine segnata da contraddizioni e misteri. Il corso d’acqua nasce in una foresta della Val Malacca, alle pendici dello Snežnik o Monte Nevoso, sul suo versante croato. Corre attraverso valli e boschi della Slovenia per una cinquantina di chilometri, prima di inabissarsi nelle grotte di San Canziano, dove scava un vero e proprio canyon ipogeo. Di lì in poi, la via scolpita dal flusso nel ventre del Carso è appunto misteriosa: per quaranta chilometri, il suo passaggio, accompagnato dal rumore che si avverte in superficie, è testimoniato da una dozzina di abissi, grotte, pozzi che a sprazzi e spruzzi interrompono la trama unitaria del terreno.

Cavità speciali, in cui abitano degli inquilini particolarissimi: i protei, gli unici vertebrati del continente che vivono esclusivamente in grotta, ciechi e completamente acquatici nonostante siano classificati come anfibi. Dopo un periodo di assenza, nel 2016 alcuni esemplari sono stati ritrovati nell’abisso di Trebiciano, nel territorio del Comune di Trieste: segno della buona salute delle acque. Queste ultime gorgogliano finalmente fuori dal suolo nella frazione di San Giovanni al Timavo, nel Comune di Duino-Aurisina, poco lontano da Trieste e al confine con la provincia di Gorizia.

Da sempre crocevia tra Oriente e Occidente, la fascia di terra dove scrosciano le risorgive è incastonata tra l’estremità settentrionale del mare Adriatico e l’altipiano. Lo stesso Virgilio canta le bocche del fiume che col loro fragore rintronano i monti circostanti. Quella del fiume carsico è diventata una similitudine di uso corrente, si trova infatti traccia del Timavo anche negli autori antichi. Il geografo greco Strabone nel primo secolo descrive l’area delle risorgive come un “lucus” o bosco sacro. Nelle cronache di Plinio il Vecchio e Tito Livio la zona è lagunare e prende il nome di “lacus Timavi”. E “lacus Timavi” si chiama oggi l’associazione culturale, con sede nella poco distante Monfalcone, che si occupa di promuovere ricerca, divulgazione e attività didattiche interdisciplinari a tutela del territorio. L’associazione spiega che in epoca romana la zona costituiva un cruciale snodo viario tra la città di Aquileia, nella bassa friulana, e l’Istria. Assieme a persone e merci, di qui transitavano anche idee.

Ai piedi del monte Ermada, a poche centinaia di metri dal fiume, la Soprintendenza Fvg custodisce il Mitreo, una grotta frequentata dal Neolitico e adibita in età imperiale al culto salvifico del dio Mitra, di origine iranica. All’interno della cavità sono visibili due rilievi raffiguranti un giovane che sacrifica un toro al Sole, oltre che numerosi ex voto, come monete o lucerne. Non è casuale che la religione misterica si officiasse nei pressi del Timavo, venerato come Diomede e Saturno: si ipotizza fosse loro dedicato un tempio nell’area su cui oggi sorge la chiesetta giovannea. Quest’ultima fu edificata su iniziativa dei conti di Walsee, signori di Duino, tra il 1399 e il 1472; al suo interno sono conservati i resti di una precedente basilica paleocristiana. Qui la storia sconfina nella leggenda: in tempi mitici Giasone e gli Argonauti avrebbero fatto tappa nella zona, mentre il Giorno del Giudizio una delle trombe dell’Apocalisse si leverà proprio da San Giovanni in «tuba», appunto. Un reticolo di sentieri si dirama attorno all’area naturalistica mentre, poco distante, si distende quella archeologica dell’acquedotto “Randaccio”, di origine romana.


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