il '68 nel pallone

Sandro Mazzola: “Abbiamo rotto la catena che ci legava alla società per tutta la vita”

«Ma lei si rende conto? Ci davamo appuntamento alla Stazione Centrale di Milano. Era la cosa più logica per quell’epoca, i giocatori arrivavano da tutte le parti d’Italia. Ci trovavamo sul piazzale dei taxi e poi via in un hotel lì vicino per la riunione».

Sandro Mazzola ha 76 anni, il magazzino dei ricordi è stipato all’inverosimile. Andare a scovare quelli legati alla nascita dell’Associazione calciatori è un avventura da speleologo.

Formidabili quegli anni?

«Formidabili perché eravamo giovani. Per il resto diciamo interessanti. I compagni ci contattavano in nazionale, sa allora niente telefonini. A volte erano loro i diretti interessati, altre volte invece facevano da tramite per calciatori che avevano dei problemi».

Problemi di che tipo?

«Non prendevano soldi. O li prendevano con grande ritardo. E poi questo fatto che quando firmavi un cartellino con la società, lo facevi a vita. Era una catena e tu non potevi mai liberarti».

Alla prima riunione eravate in undici, e non tutta la Serie A era rappresentata. Perché?

«L’idea è che a fondare l’Associazione dovessero essere i capitani di tutte le società di serie A. Ma non andò così perché molti presidenti ricattarono i loro capitani».

Scusi?

«Dicevano: “Se vai alle riunioni del sindacato non giochi più”. Ecco, forse ricatto è una parola grossa, ma ci siamo capiti».

E lei? Nessun problema?

«Mai. Ricordo Angelo Moratti prima e Ivanohe Fraizzoli poi, con loro ci fu subito una grande intesa. Erano illuminati. Capivano e me lo dissero anche, che il nostro impegno era soprattutto dedicato ai più deboli. Solo, mi dicevano di stare attento, di non combinare troppi casini».

Quanto influì il ‘68? Sentivate che intorno a voi il mondo stava cambiando?

«Guardi, è difficile tornare a quell’epoca. Ma di sicuro, una spinta da quello che avveniva intorno a noi l’abbiamo avuta».

Il sindacato dei ricchi: quanto vi infastidiva sentirvelo dire?

«Non ci abbiamo mai fatto caso anche perché eravamo guardati con grande rispetto. La gente che ci incontrava per strada ci incoraggiava a andare avanti. Sa, prima di noi c’era un abbozzo di sindacato, ma era organizzato dai presidenti...».

Oggi ha ancora un senso il sindacato dei calciatori?

«Per chi gioca in serie A molto poco, ormai ci sono i procuratori. Per chi invece fa tutta la carriera nelle serie minori invece sì». Poi ci ripensa: «Ma in fondo anche i big sanno che il sindacato c’è sempre, quindi è un bene che ci sia anche per loro».

Curiosità: lei e Rivera siete tra i fondatori dell’Aic. Almeno lì andavate d’accordo?

«Lì sì, siamo sempre stati dalla stessa parte. I tifosi piuttosto non la prendevano benissimo, gli interisti mi vedevano con lui e mi gridavano “Sandro va via, cambia marciapè”. E i milanisti facevano lo stesso con lui. Sa allora il derby era una cosa vera, a 14 anni il mio allenatore era un certo Giuseppe Meazza, mi diceva sempre che dovevamo essere i primi di Milano fin da ragazzini». Il derby, la Stazione Centrale, il marciapè. E Meazza. Si può ripartire per i prossimi 50 anni.


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