il '68 nel pallone

Oppio del popolo o piacere? Il calcio nei giorni del Maggio

Nel suo libro appena pubblicato “Sous les crampons la plage” (è la parafrasi di uno slogan del Maggio parigino, che significa: sotto i tacchetti delle scarpe da calcio c’è la spiaggia, ndt) lei dice che non voleva partecipare alle rievocazioni del cinquantenario del ’68.

Allora perché pubblicare un libro sulla sua passione per il calcio? Una provocazione iconoclasta?

Ho riflettuto a lungo su come sfuggire alle rievocazioni del ’68. Non per rinnegare il mio passato, ma perché ritenevo di aver già detto tutto nei quarantanove anni passati e non volevo ripetermi ora con il pretesto dei cinquant’anni. E poi trovavo che fosse un modo positivo di ricordare che il tragitto della mia vita non si poteva riassumere in un periodo di qualche settimana quando avevo 23 anni.

La passione per il calcio costruisce anche un’identità?

Esattamente. Io credo che tutti quelli che amano lo sport e il calcio in particolare, possono capirlo. Nella percezione del gioco, della vita, dei problemi della società ci sono delle cose che stanno insieme. Negli anni 50, 60 o 70 non si parla nello stesso modo del gioco o della vita.

E leggendo il suo libro, si capisce che per lei naturalmente il football è anche politica.

Ah certo. Se il sorteggio per la coppa del Mondo si fa al Cremlino con Putin, non può essere che politica. Putin strumentalizzerà la Coppa del mondo come ha fatto con le Olimpiadi a Soci. Da parte mia, tenendo conto di ciò che succede con Putin, io sono per il boicottaggio politico dei Mondiali. Non un boicottaggio sportivo, ma un boicottaggio dei rappresentanti politici.

Nel Maggio ’68, il calcio per voi era già politica?

No, per me era soprattutto piacere. Solo più tardi ho capito la dimensione politica e sociale del calcio. È qualcosa che può rendere le persone felici o infelici. E non è cosa da poco, anche se per poco tempo. Io penso che dopo il 1998 in Francia abbiamo mancato un’occasione, quando il paese intero si era unito per celebrare la vittoria di una nazionale multiculturale, banlieues comprese.

Però è proprio nel Maggio ’68 che è emerso un sentimento contro lo sport, in particolare contro il calcio visto come “oppio del popolo”. Si ricorda?

Il piccolo mondo studentesco parigino nel quale vivevo disprezzava lo sport. Ma a noi che lo amavano, non ce ne importava niente. Si faceva politica giorno e notte, ma quando c’era il calcio non ci dovevano rompere... Solo dopo, effettivamente, si è manifestata una critica di sinistra allo sport professionistico. Per alcuni, con la religione, era il secondo “oppio del popolo”. Si esprimeva anche con una critica dell’idea della competizione intesa come la legge del più forte che contrastava il principio di uguaglianza.

Quando ha capito che il calcio poteva avere una portata politica?

La questione del boicottaggio fu già sollevata in occasione dei mondiali in Argentina nel 1978 e ci fu un vero dibattito. La circostanza era drammatica, c’era il regime dei generali, una vera dittatura. Ma al tempo stesso l’allenatore dell’Argentina, Cesar Menotti, era un vero uomo di sinistra. Alla sua vittoria milioni di persone si sono riversate in strade e piazze, ed era proibito. Erano manifestazioni di grande valore politico. È stato in quell’occasione che ho cominciato a misurare la complessità della faccenda.

Ma la vera occasione fu l’incontro con Socrates, in Brasile, nel 1983.

Sì. Un giorno mi sono ritrovato a San Paulo e l’apparizione di Socrates e dei Corinthians che portavano un gagliardetto con la scritta “Tutto per la democrazia”, mi ha colpito. I giocatori si identificavano in un processo politico, avevano realizzato un’autogestione della vita da calciatori nel loro club, fino all’elezione democratica del presidente. L’indomani l’incontro con Socrates è stato per me tanto più fenomenale, l’avevo così ammirato durante i mondiali del 1982. Osavo appena avvicinarmi e invece lui si è buttato tra le mie braccia raccontandomi tutta la storia del 68 parigino… Ho capito che si può giocare al calcio e al tempo stesso esprimere valori politici. Perché questo sport dà una voce forte e la gente ascolta. La sua morte, nel 2011, mi ha sconvolto.

Il calcio è libertà, autorità o, peggio, totalitarismo?

È un conflitto permanente tra i due. Non vi è nulla di più evidente. Contiene tutto ciò che è inaccettabile: il nazionalismo esacerbato, l’hooliganismo, la violenza, il razzismo, l’omofobia, il machismo. Ma, come dice Gilberto Gil, “quando la palla gira, gira”. Quando la partita comincia, la libertà riprende il sopravvento, il pallone domina tutto, è lui che governa. Il match vi invade, impone la sua storia, i suoi momenti straordinari. È per questo che io continuo a guardare le partite, anche se so che nel football professionistico di oggi c’è una perversità indigesta che mi disturba. È diventato un tale business, si ha l’impressione che abbia un nucleo cancerogeno che rischia di contaminare tutto l’organismo.

Secondo lei chi sono i più grandi rivoluzionari nella storia del calcio?

(Sorride) Menotti e Socrates mi hanno convinto del fatto che il football poteva essere di sinistra o di destra. Ma direi anche Johan Cruyff e l’Ajax degli anni 70. Era calcio, ma anche un altro modo di intendere la vita e il mondo.


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