il '68 nel pallone

Il calciatore, un totem venerato dalla tribù

Esiste una tribù del calcio, studiata da uno zoologo che l’ha definita nel 1981 e aggiornata nel 2016 ed esiste un’evoluzione della specie che Desmond Morris non pensava di catturare.

Quando 40 anni fa questo studioso britannico, abituato ad osservare gli animali, si è messo a girare per le curve del mondo ha scoperto la natura di una passione ancestrale che ci siamo sempre limitati a considerare, naturale e che lui invece ha motivato, etichettato. Molti tifosi si sono sentiti stretti dentro quella ricerca, altri meno soli. Morris ha dato un’origine, e una spiegazione al bisogno di ritrovare un gruppo di appartenenza. L’uomo nei secoli si è raffinato e ha trasferito sul calcio quel tipo di vita in comune che l’adulto contemporaneo ha abbandonato. Fino a qui scandali, proteste e applausi, ma il calciatore restava sullo sfondo. Solo quando, ormai ottantenne, Morris è tornato sulle sue tribù ci ha visto altro. Quel giocatore che una volta gli sembrava piccolo, piccolo, quasi marginale e, rispetto al suo approccio scientifico, praticamente insignificante si è trasformato in un gigante. Lui stesso è diventato un appassionato e solo al secondo giro, con questi nuovi occhi partecipi si è accorto di quanto l’uomo-calciatore sia ormai un totem.

Si è messo ad analizzare il modo in cui festeggiano i campioni, i cuori, i salti, gli spari: «Resta questione di fisico, guardi la velocità a cui vanno, guardi Cristiano Ronaldo che mostra i muscoli. E resta pure uno sport maleducato perché è giusto così. La ricerca del gol è una caccia selvaggia. Spesso assisto a dibattiti sui cori contro gli avversari. Io ne sento il bisogno, è uno sfogo socialmente accettabile, non è violenza, la violenza resta la minaccia di pochi che sarebbero pericolosi in qualsiasi contesto ma per fortuna abbiamo superato il fenomeno hooligan. Lo sfogo a caso, di chiunque legato al pallone non è la norma, è l’incidente, e questo lo si deve, credo, anche all’importanza dei giocatori. Per meritare di stare lì a guardarli deve seguire un certo comportamento. Altrimenti perdi quel diritto».

Per l’etologo il fattore soldi conta fino a un certo punto, «sì, il calcio è un’industria, ma quale altro ambiente manterrebbe il suo Dna, le sue caratteristiche, la spinta istintiva, dentro un sistema così enorme? Sentiamo spesso dire che sono ragazzi viziati. Non lo so, bisognerebbe conoscerli e comunque è un giudizio che mi annoia. Se però si guarda alla loro relazione con i tifosi, quella è estremamente spontanea, si rinnova. Cambiano nomi e generazioni e il legame resta».

A Desmond interessa il rapporto del singolo fenomeno con il mondo che lo applaude, la sua tribù appunto. Il modo in cui il soggetto della venerazione e il pubblico adorante si mettono in relazione: «Si influenzano a vicenda. Nel 1981 la gente che seguiva il calcio era omogenea, maschi della classe operaia, non tifavano solo loro, ma solo loro ammettevano di fare parte della tribù. Adesso anche i più colti hanno smesso di vergognarsi. C’è stata una rivoluzione e la discussione si è fatta più intelligente, gli stadi più sicuri, almeno in una certa parte di mondo. Il football non è in mano alle gang, si è liberato anche perché ha allargato i confini. Prima erano baruffe di quartiere, ormai la Cina segue e compra il calcio europeo». La globalizzazione lo intriga: «Non capisco il lamento. Il calcio ha dimostrato di avere un’identità fortissima. Chi arriva può fare bene o male ma non la può sradicare. Parliamo comunque di proprietari con risorse che oggi in Europa sono rare. Il gioco è migliorato? Cedo di sì. Ha più seguito? Di certo. Allora cosa conta da dove arrivano gli investimenti? Il tifoso non ragiona così e nemmeno io». Non sono i soldi quindi che hanno reso il calciatore un gigante, è il pubblico, la tribù.


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