c'era una volta un re

Violare le norme è vantaggioso solo se gli altri continuano a rispettarle

L’altra volta che l’Italia era sovranista mandò i soldati in guerra con le scarpe di «cuoital» o di «coriacel», surrogati autarchici del cuoio che nel parlar comune diventarono «scarpe di cartone». Per fortuna il sovranismo economico di oggi non può più illudere di fabbricar tutto in patria, specie in un Paese scarso di materie prime come il nostro. 

 

Mussolini aveva portato al parossismo una mania dilagante nel mondo di quegli anni. Nel disastro della crisi del 1929, ciascun Paese cercava di ributtarne il peso sugli altri: «prima noi». Dettero il cattivo esempio gli Stati Uniti con le tariffe doganali dell’estate 1930. Tentavano di proteggere posti di lavoro importando di meno. 

 

Un anno dopo la Gran Bretagna lasciò andare giù il cambio della sterlina nel tentativo di esportare di più; altri la imitarono. Tra tariffe e svalutazioni a gara si ebbe un crollo dei commerci che impoverì tutti. Ne uscì meglio la Germania di Hitler, impegnata a produrre beni per cui non occorreva trovare compratori: carri armati, bombe, cannoni. 

 

L’errore degli Anni 30 sopravvive soltanto nella testa di Donald Trump. Altrove il sovranismo di oggi sembra soprattutto monetario, dunque di origine meno antica. Se un Paese fa da sé nello stampare moneta, si dice, uscirà dalle ristrettezze che i vincoli imposti dall’esterno gli hanno imposto. 

 

Per chi la pensa in quel modo l’errore originario commesso dall’Italia è di molto antecedente all’euro. Prima del 1981, il nostro Stato era libero di indebitarsi quanto gli pareva. Quando il Parlamento decideva nuove spese, il Tesoro emetteva BoT e BTp che la Banca d’Italia era obbligata a comprare per intero; in pratica, stampando nuove banconote. 

 

Se di banconote ne girano troppe, i prezzi aumentano. L’inflazione, allora in Italia del 15% circa l’anno, era sembrata un male accettabile finché l’economia marciava grazie alle spese pubbliche e il lavoro non mancava. Poi il contraccambio smise di funzionare: nonostante la crescita del debito, si moltiplicarono i disoccupati. 

 

I sovranisti di oggi vogliono riprovare. Dicono che togliendo le regole europee daremmo più potere ai cittadini. Eppure un vincolo possente, i conti con l’estero, si faceva sentire anche allora. Quando l’export languiva si rimediava deprezzando la moneta, ossia svalutando stipendi e risparmi degli italiani rispetto a quelli dei Paesi vicini. 

 

Anche dopo il 1981 maggioranze di governo litigiose continuarono a erogare denaro pubblico a piene mani, incuranti che nella nuova situazione il peso degli interessi fosse divenuto altissimo. Lo Stato sembrava quasi onnipotente: ogni nuova spesa politicamente opportuna poteva essere messa in bilancio. 

 

Non c’era bisogno di scegliere fra i discordanti interessi di diverse categorie di cittadini: bastava stanziare un po’ di denaro per gli uni, un po’ per gli altri. Per alcuni fu un’epoca florida, di maggior fiducia dell’Italia in sé stessa. Ma dalla metà degli Anni 70 alla fine degli 80 la disoccupazione aumentò di continuo, fino a raddoppiare. 

 

Di quel potere disinvolto della politica, durato fino al crollo del 1992, il sovranismo ha nostalgia. Suscita affinità elettive tra pezzi di destra e pezzi di sinistra che si scoprono simili, pronti in nome del popolo a passar sopra non solo alle regole sovranazionali ma anche ai contrappesi costituzionali interni. 

 

Tuttavia violare le norme dà un vantaggio solo se gli altri continuano a rispettarle, altrimenti è lotta di tutti contro tutti. Deprezzando la moneta si esporta di più solo se gli altri non deprezzano le proprie. E se gli altri Paesi sono così ostili a noi come il sovranismo li dipinge, perché dovrebbero darcela vinta? 

 


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