aiuto mi ha sedotto un robot

Caterina, gelosa colf-robot per il macho Alberto Sordi

Il cinema tratta l’intelligenza artificiale fin da quando ancora non si parlava di intelligenza artificiale: può sembrare un paradosso, ma è così. Quando Fritz Lang decide nel 1928 di dirigere Metropolis , il capolavoro dell’espressionismo, infatti, nessuno ha in mente un’idea chiara di questo concetto chiave della contemporaneità e Alan Turing frequenta ancora il liceo. Eppure Lang ha un’intuizione geniale: immagina che Maria, la dolce ragazza che consola gli schiavi sottoposti a un tiranno duro e spietato, possa essere clonata da uno scienziato pazzo per indurre gli schiavi stessi alla rivolta. La catastrofe non avverrà, in compenso Lang (che aveva ben chiaro come sarebbe stata una dittatura) decise pochi anni dopo di fuggire negli Stati Uniti il giorno dopo aver ricevuto da Hitler la richiesta di diventare il direttore della cinematografia nazista. Quanto al robot Maria, sfortunato prototipo di intelligenza artificiale, rimane indimenticabile il suo sguardo di smarrimento quando si accorge che gli operai notano che dalle sue ferite non scorre neanche una goccia di sangue.

In seguito, come è noto, l’intelligenza artificiale ha fatto passi da gigante sul grande schermo. George Lucas nel suo Guerre stellari propone una versione decisamente comica, Steven Spielberg dedica all’argomento il titolo di uno dei suoi grandi successi, James Cameron in Terminator vede l’intelligenza artificiale come un sistema feroce che difende se stesso e il potere acquisito, Ridley Scott in Blade Runner analizza quando un androide può sviluppare sentimenti propri, i fratelli Wachowski con la serie Matrix raccontano cosa succede quando un sistema creato dall’uomo diventa il controllore assoluto dei destini di un mondo distopico. Senza ovviamente dimenticare Stanley Kubrick, che in 2001 Odissea nello spazio inventa al cinema la fantacoscienza, quindi la fantascienza che racconta il futuro per farci riflettere sul presente. Esempi alti, ad alto contenuto filosofico, strumenti imprescindibili per parlare di cosa accade mostrandoci cosa potrebbe accadere se…

In Italia, come è noto, prevale un atteggiamento molto più terra terra sull’argomento. Ce lo dimostra Alberto Sordi regista di se stesso in Io e Caterina. Maschilista impenitente, il nostro compie un viaggi negli Usa e ne torna con un robot femmina tuttofare con il quale conta di affrancarsi dalle belle donne che circondano la sua vita e che hanno il volto di Catherine Spaak ed Edwige Fenech. Peccato che il robot sviluppi un sentimento, quello da lui più temuto: la gelosia. Di conseguenza, il suo castello di carte crolla miseramente: siamo già negli anni Ottanta, e nemmeno l’Albertone nazionale può sottrarsi all’ondata crescente del femminismo.

Ma c’è un altro esempio di robotica Italian style che merita di essere citato, anche perché ci riporta addirittura all’antichità storico mitologica. Siamo nei primi anni Sessanta e a Cinecittà imperano i muscolosi Ercole e Maciste. Vittorio Cottafavi, regista colto e ironico, immagina che Ercole venga spedito da tre immaginari “re greci” (che peraltro hanno il volto di Enrico Maria Salerno, Gianmaria Volontè e Ivo Garrani), a contrastare le mire espansionistiche della perfida regina di Atlantide. Costei ha scienziati di prim’ordine che hanno progettato per lei un esercito perfetto: androidi ariani muscolosissimi, biondi, alti e tutti con la stessa faccia. Con questo esercito vuole conquistare il mondo, ma Ercole lo impedirà. Inutile dire che questi robot sono impersonati da attori in carne e ossa, tutti i caratteristi del “menamose” di Cinecittà (per la maggior parte in origine erano bagnini a Ostia). L’aspetto robotico è garantito dal fatto che han tutti la stessa faccia, quella del più famoso di loro: Mimmo Palmara. E sembra che il grande problema per Cottafavi fosse proprio il volto, perchè i forzuti avevano un dubbio: “Ahò, ma er robbò nun po’ ave’ la faccia mia?”.


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