parigi le voci di maggio

“Distruggevano tutto quello che trovavano” il prefetto e le formiche all’assedio della sorbona

Maurice Grimaud (1913-2009) era prefetto di Parigi. Il suo diario di quei giorni è stato pubblicato in “Mai 68, Mémoires”, éditions Stock, 1977

Il 3 maggio 1968 era un venerdì.

Mi sono svegliato nella camera blu della prefettura, al suono delle vicine campane di Notre-Dame e attraverso le persiane si intravedeva il limpido candore del cielo mattutino di Parigi.

Mi sono rallegrato al pensiero che nel primo pomeriggio dovevo fare un giro in elicottero sulla città con un giornalista e un cameraman per discutere i problemi della circolazione.

Il rettore Jean Roche il mattino mi ha chiamato preoccupato. Dopo la chiusura dell’università di Nanterre a causa dei disordini, gli era stato segnalato con apprensione che nei locali della Sorbona era stato visto arrivare Daniel Cohn-Bendit con il suo gruppo di seguaci di Nanterre e nel pomeriggio intendevano occupare l’anfiteatro nonostante il divieto delle autorità accademiche.

Il rettore Roche aveva voluto avvertirmi perché forse avrebbe dovuto chiamare la polizia per far sgomberare i locali. Ne ho parlato con il mio capo di gabinetto Jean Paolini ed eravamo d’accordo a intervenire in caso di reali difficoltà. A dire la verità avremmo preferito evitarlo, sapendo, per esperienza, che i nostri interventi sollevavano più problemi di quanti non ne regolavano. Ci sembrava preferibile che fossero gli stessi professori a trovare una soluzione.

Ciononostante ho lungamente sorvolato in elicottero una Parigi serena e illuminata dal sole. Come mi capitava ogni volta, provavo meraviglia per questa città incomparabilmente bella e intelligente. In volo scivolavamo lungo la Senna alla quota di 4-500 metri sorvolando il complesso reale del Louvre e delle Tuileries. E quando il pilota si inclinava sulla destra ho buttato l’occhio di passaggio sui giardini dell’Eliseo, verdeggianti come le belle dimore patrizie della Loira. Il generale De Gaulle senza dubbio era al lavoro nel suo ufficio insieme al segretario generale Bernard Tricot. Nemmeno il tempo di dare un’occhiata ai giardini ben più ristretti di place Beauveau dove risiedeva il ministro dell’Interno Christian Fouchet, che già sorvolavamo l’Obelisco di place de la Concorde intorno al quale vedevamo girare piccole piccole le automobili.

Torniamo verso gli Invalidi. I begli edifici ministeriali ostentano l’erba verdissima dei loro giardini, fresca e curata al sole di questi primi giorni di maggio. Vedo Matignon insolitamente deserta. Ma è vero che il primo ministro Georges Pompidou è partito ieri per un lungo viaggio. Tutto è calmo.

Ecco la Cité, dove si trova la prefettura, è il mio territorio, è il centro del cuore di Parigi. Sulla riva destra la città industriosa e commerciale, la Borsa. Sulla riva sinistra il quartiere Latino, la fioritura nei giardini del Luxembourg, le ombre delle alberate su Cuny e Saint-Germain e più in là l’Osservatorio. Tanta bellezza dovrebbe placare gli animi.

Ma a quel punto mi tornano in mente le inquietudini del rettore Roche. Allora chiedo al pilota di dirigere il suo tappeto volante sulla Sorbona. Ma non appena ci siamo sopra mi sembra di vedere un formicaio. Dei piccoli insetti si muovono in ogni direzione. Anche se tutt’intorno il quartiere appare calmo, come tutta la città in un giorno di lavoro. Sorvoliamo ancora una volta le cittadelle della certezza dell’Amministrazione, i templi olimpici delle banche e delle assicurazioni, i grandi magazzini e le grandi stazioni dove tutti stanno lavorando in quest’ora piena del pomeriggio. Atterriamo a Issy-les-Moulineaux e il mio autista che aveva seguito le trasmissioni radio della prefettura che dall’elicottero non potevamo sentire mi avverte che la polizia ha dovuto sgomberare la Sorbona. Mi sono affrettato a raggiungere il mio ufficio dove effettivamente mi hanno confermato che la polizia era intervenuta su richiesta del rettore. Tutto era avvenuto senza violenza. Fu subito dopo che avvenne la cosa imprevista o non sufficientemente ponderata da parte nostra. Era pratica corrente che i fermati venissero identificati non sul posto ma in un ufficio della polizia. Per questo gli espulsi vennero caricati su autobus e condotti altrove. Tra loro c’erano Daniel Cohn-Bendit e Jacques Sauvageot. La cosa non è passata inosservata e subito gli studenti si sono raggruppati intorno alle auto della polizia gridando: Liberate i nostri compagni! Sono cominciati così scontri particolarmente duri che sarebbero durati fino a sera inoltrata. Molti manifestanti e una violenza che sorprese le forze di polizia. Per la prima volta i pavé strappati dalla strada sono stati scagliati contro gli agenti e le loro auto. E per la prima volta la polizia ha fatto uso intensivo di granate lacrimogene. Il brigadiere Brunet che passava in boulevard Saint-Michel su un veicolo di soccorso ha avuto il cranio sfondato.

L’indomani mattina, all’udienza in direttissima per dieci manifestanti davanti alla decima sezione della Chambre Correctionnelle il comandante Demuriez, un uomo ponderato di 54 anni, che in trent’anni di polizia ne aveva viste di tutti i colori, ha così evocato gli scontri: «Ho visto dei giovani comportarsi come folli furiosi, abbandonarsi alla distruzione di tutto quello che trovavano in strada, con il fuoco hanno fatto fondere l’asfalto per alzare delle barricate. Per la prima volta nella mia vita ho visto delle forze di polizia indietreggiare di fronte all’offensiva dei manifestanti a colpi di pavé».

Il maggio ’68 era cominciato.


[Numero: 125]