facebook i cannibali sociali

Dopo scandalo e indignazione poche fughe, ma quanti vorranno ancora condividere?

No, non se n’è andato nessuno o quasi. E l’hashtag #deletefacebook, da metà di marzo a oggi, è quasi scomparso su Twitter: non ha avuto l’effetto dirompente di #deleteuber, che ha spinto circa 200 mila persone solo negli Usa a cancellare il proprio account Uber. Un anno fa l’azienda fu accusata di alzare i prezzi delle corse approfittando di uno sciopero dei tassisti di New York, che protestavano contro le restrittive politiche di immigrazione adottate da Trump. L’indignazione montò sui social media, e #deleteuber fu l’inizio di un periodo nero per l’azienda allora guidata da Travis Kalanick.

Anche Mark Zuckerberg ha vacillato sotto il peso dell’affaire Cambridge Analytica, che ha avuto accesso ai dati personali di milioni di utenti Facebook, senza che ne fossero consapevoli. Prima 50 milioni, poi 87, e chissà che il numero reale non sia ancora maggiore.

Nuova ondata di indignazione social, nuovo hashtag. Tra i sostenitori della prima ora di #deletefacebook c’è Brian Acton, fondatore di Whatsapp, l’app di messaggistica venduta a Facebook per 19 miliardi di dollari nel 2014. Al suo invito a cancellarsi, Elon Musk ha ribattuto: «Che cos’è Facebook?». Gli utenti hanno sfidato il Ceo di Space X e Tesla a cancellare le pagine delle sue aziende su Facebook, e Musk non ci ha pensato troppo. Pochi secondi ed entrambe erano invisibili: avevano oltre 2,6 milioni di follower ciascuna.

Per ora nessun cambiamento su Instagram, l’app di condivisione di immagini di proprietà di Facebook. Musk ha detto che Instagram «probabilmente è ok, a patto che rimanga abbastanza indipendente. Non uso Facebook e non l’ho mai fatto, quindi non credo di essere una specie di martire o che le mie aziende accuseranno per questo un duro colpo». Instagram è percepito come più sicuro di Facebook, pur condividendo di fatto le stesse impostazioni. Così ci rimane anche Playboy, con più di 6 milioni di fan. La rivista erotica più famosa del mondo lascia invece il social network: «Ci sono più di 25 milioni di persone che frequentano le pagine Facebook di Playboy, e non vogliamo essere complici nell’esporre i loro dati», ha spiegato Cooper Hefner, figlio del fondatore Hugh, citando direttamente il caso Cambridge Analytica: «Le recenti notizie sulla presunta cattiva gestione dei dati degli utenti da parte di Facebook hanno confermato la nostra decisione di sospendere l’attività sulla piattaforma».

Anche i Massive Attack lasciano qualche spiraglio. La band inglese ha infatti annunciato la “temporanea” cancellazione della pagina ufficiale «alla luce del continuo disinteresse per la privacy, della mancanza di trasparenza e dello scarico di responsabilità» del social network. Il punto è che lo ha fatto sulla pagina Facebook e non sul sito web, e dunque l’annuncio non era visibile. Un corto circuito social da cui i Massive Attack sono usciti grazie a Twitter.

Tra gli utenti comuni, però, #deletefacebook non ha avuto grande seguito. Quelli attivi almeno una volta al mese non diminuiscono, anzi nel primo trimestre del 2018 aumentano di 67 milioni, facendo registrare un nuovo record: 2,196 miliardi in tutto il mondo. In Europa e Stati Uniti, dove pure l’eco dello scandalo è stata maggiore, gli utenti mensili passano da 239 milioni a 241. Crescono anche ricavi e guadagni, anche se è troppo presto per valutare l’impatto della vicenda Cambridge Analytica sul social network, ed eventuali ripercussioni si vedranno a partire dal prossimo trimestre. Intanto, dopo le prime incertezze, Zuckerberg si è prodigato in scuse pubbliche, ha affrontato la stampa e due giorni di audizione a Washington, con risultati nel complesso positivi: «Ci vorranno anni per sistemare tutto», ha detto. La tempesta passerà, le azioni hanno già ripreso a salire in Borsa, #deletefacebook sarà dimenticato, ma per Facebook la sfida più difficile sarà riconquistare la fiducia di chi lo usa. Perché la complicatissima macchina pubblicitaria di Zuckerberg funzioni al meglio, più ancora dei numeri servono infatti i dati, che si ricavano dall’attività degli utenti: post, reazioni, clic, link, immagini, video e così via. E chi non si fida condivide meno informazioni.


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