Mediterraneo il nuovo Mar Giallo

Pechino è in posizione di forza in un’area geopolitica fragile

Come dichiarato recentemente dal Presidente della Bank of China, la regione mediterranea sta assumendo una posizione chiave nel contesto della nuova Via della Seta, la strategia annunciata dal Presidente Xi Jinping nel 2013 atta a ridefinire gli equilibri economici eurasiatici in maniera congeniale allo sviluppo cinese.

Ad oggi, gli investimenti cinesi per l’acquisizione e la costruzione di infrastrutture logistiche e industriali nella regione sono stati miliardari. Simbolici sono quelli nel Porto del Pireo in Grecia e nella China-Egypt TEDA Suez Economic and Trade Cooperation Zone in Egitto. In parallelo, e di conseguenza, la Cina è anche avviata a diventare il terzo partner commerciale della regione, soprattutto come fornitore di merci e servizi. Oltre all’unica base estera a Gibuti in supporto alle operazioni contro i pirati del Golfo di Aden, più di 2 mila soldati cinesi sono schierati nella regione per conto dell’Onu. Circa 400 di questi sono in Libano insieme a quelli italiani.

Sebbene la Cina non ne sia la causa, le fragilità della regione emergono in tutta la loro gravità di fronte a un attore dotato di immensa forza economica e di un chiaro piano d’azione per difendere ed espandere i propri interessi.

Nel corso del 2017, vari dirigenti europei come Angela Merkel e Antonio Tajani hanno denunciato esplicitamente il calo dell’influenza europea in Africa e nei Balcani a favore della Cina. Contemporaneamente, alcuni diplomatici e varie testate giornalistiche occidentali hanno condannato come “disonorevole” il veto greco all’Onu su una dichiarazione congiunta europea critica nei confronti dei diritti umani in Cina. Queste accuse però sminuiscono il risentimento della Grecia verso l’Europa causato dall’austerità inflitta. Senza di esso, e nonostante gli investimenti nel debito greco e nel Porto del Pireo, la Cina difficilmente avrebbe ottenuto questa vittoria diplomatica.

Anche in Medio Oriente, mentre Usa e Russia competono per la gloria e la supremazia regionale, le divisioni politiche e la fame di capitali facilitano i ben più concreti e limitati interessi cinesi. Ad esempio, una Turchia sempre più isolata dall’Occidente ha annunciato di voler collaborare con Pechino nella caccia ai membri identificati come terroristi della comunità uigura, una popolazione di etnia turca che vive principalmente nelle regioni occidentali della Cina. Secondo Pechino la protezione che questi ricevevano in territorio turco era un ostacolo importante alla lotta contro il terrorismo domestico. Nel contempo, un mercato stagnante e i crescenti costi delle lotte interne al mondo musulmano hanno messo sotto pressione le economie dei grandi produttori energetici del Golfo. L’enorme domanda cinese oggi assorbe fra l’11 e l’89% delle loro esportazioni a seconda del Paese preso in considerazione. La Cina è quindi in una posizione di forza per ottenere condizioni vantaggiose e migliorare la propria sicurezza energetica.

Tuttavia, esiste anche un altro lato della medaglia. Le fragilità del Mediterraneo sono infatti state sinonimo di pericolose incertezze e instabilità che in questi anni hanno messo a dura prova la strategia cinese. Il governo Tsipras, per esempio, fece sudare freddo la Cina quando annunciò (per poi rinunciare poco dopo) il blocco delle privatizzazioni degli asset pubblici greci proprio mentre Cosco -uno dei giganti statali cinesi del trasporto marittimo - si apprestava a comprare il 67% del Porto del Pireo. Molto peggio è stato quando l’intervento europeo in Libia nel 2011 costrinse Pechino a evacuare più di 36 mila dei suoi cittadini e causò perdite miliardarie alle sue compagnie impegnate nel settore petrolifero libico.

Rimane quindi difficile determinare l’efficacia della strategia cinese in un contesto regionale così fluido e complesso. L’unica certezza è che il Mediterraneo è ancora una volta teatro di cambiamenti geopolitici destinati ad avere ripercussioni ben oltre i suoi confini.

Ricercatore presso il Dipartimento di Relazioni Internazionali e Public Policy dell’Università di Fudan (Cina) e Junior Research Fellow e Project Manager del programma di ricerca ChinaMed per il Torino World Affairs Institute (T.wai). www.chinamed.it


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