Mediterraneo il nuovo Mar Giallo

Barcellona, arriva Ali Baba nel porto dove si è combattuta la battaglia per l’indipendenza

Nelle ore più drammatiche dell’ottobre catalano, il piano circolava negli ambienti indipendentisti: «Blocchiamo il porto». Il conflitto che ha diviso la regione ribelle da Madrid, tutt’altro che pacificato, ha avuto un centro geografico e politico tra i container e le banchine. L’obiettivo era simbolico, ma anche economico: il porto di Barcellona, per grandezza e volumi, è un’infrastruttura fondamentale per l’economia spagnola, in entrata e in uscita. Non è un caso, quindi, che una battaglia, forse meno vistosa, ma centrale, della guerra catalana si sia giocata anche tra i nove terminal del Mediterraneo. Il governo spagnolo conosce il tema, sa che se al parlamento di Barcellona possono andare in scena sfide aperte alla legalità, al porto non si possono concedere deroghe alla sovranità nazionale. Costi quel che costi, le banchine devono essere presidiate. Pochi giorni prima del referendum sull’indipendenza, giudicato illegale dalla Corte costituzionale spagnola, ma portato avanti fino all’ultimo dalle autorità catalane (polizia compresa, a quanto pare dalle indagini di questi giorni), il porto diventa l’ultimo baluardo della Corona di Spagna e non per modo di dire. Alcuni dei terminal vengono occupati da tre navi da crociera noleggiate da compagnie marittime italiane, all’interno delle quali vengono alloggiati migliaia di poliziotti venuti da tutte le regioni di Spagna. Lo scopo è vigilare su possibili colpi di mano catalani e, se arriva l’ordine, passare all’azione.

Dal porto, il primo ottobre, partono le camionette con gli agenti che caricheranno brutalmente gli elettori del referendum, in cerca delle urne illegali. L’assedio, così, passa da espediente retorico repubblicano a dato di fatto, con quelle navi ancorate e guardate con ostilità dagli indipendentisti: “Fuori le forze d’occupazione”. Lo slogan ripetuto a ogni corteo si mischiava all’ironia per il disegno del tenero canarino Titti (Piolín in spagnolo) stampato sulla nave dei poliziotti.

Ma oltre che militare, e di ordine pubblico la partita è economica. Il ragionamento di molti indipendentisti, davanti alle obiezioni più ovvie («la Spagna non consentirà mai la nascita di un nuovo Stato») è sempre la stessa: «Dal porto passano gran parte delle merci in arrivo dall’Oriente, a Madrid conviene che la futura repubblica faccia parte dell’Ue, senza dazi e frontiere». Ragionamenti spericolati, visto che le alternative ci sono, prima tra tutte Valencia, 300 chilometri più a Sud, pronta a raccogliere container e turisti in fuga da una Catalogna isolata. Spettatori interessati della partita economica, e meno di quella politica, sono i cinesi. In Spagna la presenza è in aumento vertiginoso, il terminal di Valencia è praticamente asiatico grazie all’acquisto della più grande società spagnola di logistica, Noatum, da parte del gruppo Cosco. Il vantaggio di Valencia in questi anni è stato politico (governi affini fino a due anni fa) e infrastrutturale, grazie anche alla vicinanza a Madrid (300 chilometri circa, contro gli oltre 600 di Barcellona).

La capitale catalana, però, ha in tasca un jolly per i prossimi anni: lo sbarco di Ali Baba, il colosso dell’e-commerce cinese, è pronto a piazzarsi con il suo principale hub del Sud Europa. L’operazione, ancora non ufficiale, prevede l’acquisto di un terreno nella piana subito a ridosso del mare e dell’aeroporto del Prat. Lo scopo degli orientali è collegare l’area mediterranea con la Cina con tempi record, meno di una settimana. Le navi con i poliziotti sono salpate, Ali Baba è pronto a subentrare. «Dalla schiavitù del manganello a quella delle merci», scherzano gli scaricatori del sindacato anarchico, «non è detto che sia un progresso, ma almeno non ci picchiano».


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