io ti amo tu mi ami noi

L’Italia della posta del cuore: gli uomini più in difficoltà

Ci avranno mica rovinato le favole? Quelle dove i ranocchi diventano principi e le principesse hanno sempre il loro lieto fine? Mi sa proprio di sì, almeno leggendo le lettere che arrivano alla rubrica che curo per La Stampa, “La risPosta del cuore”. A prendere carta e penna sono donne e uomini (molti), persi in un deserto sentimentale, senza punti di riferimento aggiornati, ostinatamente legati a un’idea che è stata spazzata via dalle nuove dinamiche di ruolo nella società. Abbiamo voluto il divorzio, ma non accettiamo l’idea che quasi sempre i rapporti a due hanno una data di scadenza. E così eccoli gli amanti 2.0, naufraghi alla ricerca di nuove certezze. E del lieto fine. Soprattutto gli uomini sembrano incapaci di accettare un mondo in cui non sono più loro a far girare la bussola e in cui le donne hanno capito che possono vivere benissimo anche senza di loro.  

 

La famiglia patriarcale esiste ancora, ma è sempre più debole, le donne hanno acquistato un’autonomia economica e spesso sono un passo avanti nella carriera e nel conto in banca rispetto ai loro compagni. Così spesso una delle armi letali che uccidono il sogno è la competizione, la mancanza di complicità. Uomini che non sopportano di stare un passo indietro alle compagne e che non tollerano la loro indipendenza e il loro potere, la forza di fare quello che vogliono, compreso lasciarli. Per un uomo l’abbandono è molto più duro che per una donna. E non occorre arrivare all’iperbole del femminicidio per accorgersene. Il dolore maschile che emerge dalle confidenze che arrivano alla “Posta del cuore” non riguarda solo la perdita dell’amore, ma anche del ruolo e dell’antica consuetudine di aggrapparsi a un matrimonio, alla famiglia come ad un’ancora, salvo poi fare qualche bracciata fuori dal letto nuziale. Insomma il fatto che le donne non accettino più di rimanere in matrimoni di facciata e di convenienza spiazza il popolo maschile.  

 

Nello stesso tempo anche le donne navigano a vista in queste acque agitate, pretendendo parità e indipendenza senza però avere la forza di imporsi sia con i compagni che con i figli. E così continuano a fare quello che facevano prima, con l’aggiunta della carriera o comunque del lavoro. Delle dee con mille braccia, che alla fine si piegano e scoppiano. Incapaci anche loro di abbandonare i vecchi ruoli e di delegare, e in più con la presunzione di essere le uniche depositarie della perfezione. Una lotta con se stesse che scontano con crisi depressive e infelicità, e che viene fatta scontare anche chi sta loro vicino.  

 

Così quando l’amore finisce non si rimane più, come accadeva prima, degli affettuosi e solidali compagni di vita, ma si diventa nemici. La casa si trasforma in un campo di battaglia impossibile da abbandonare a causa delle difficoltà economiche, una cattività senza via d’uscita dove all’uno danno fastidio tutte le abitudini dell’altro e dove anche avere lo stesso armadio diventa intollerabile. La condivisione è vissuta come una punizione e una minaccia, fosse anche soltanto il confondere gli abiti nella stessa lavatrice.  

 

E che succede quando poi si riesce a evadere, magari innamorandosi di nuovo? Che si viene colpiti da una sorta di amnesia selettiva. E si dimentica di aver pensato a quando si era in trappola: «La prossima volta sarò più cauto», ci si dice. Perché la favola è sempre lì, in agguato, pronta a farci cadere un’altra volta nel miraggio del lieto fine. 

 

Intanto i bambini, poi ragazzi assistono alle tensioni dei loro genitori e producono anticorpi. Così i teen-ager e i ventenni di oggi o decidono di non impegnarsi seriamente con nessuno, oppure scelgono un compagno/compagna che è prima di tutto un amico/amica e con lui o lei condividono tutto. Diventano delle coppie indissolubili che studiano, mangiano, dormono, escono insieme. Alla ricerca della complicità perduta dai loro genitori. 


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