2018 così cambiano i confini del mondo

E Sappada fa da apripista: lontano da Roma conviene

Qualcuno l’ha già ribattezzata Sappadexit, evocando il tormentato divorzio del Regno Unito dall’Unione europea. Ma la storia di Sappada, il borgo appena traslocato dal Veneto al Friuli non si presta agli slogan. Per provare a capirla serve prendere una lente e mettere a fuoco questa valle di confini: da una parte quello veneto, dall’altro quello a statuto speciale del Friuli Venezia Giulia e, a nord, l’Austria.

Una zona di frontiera, abitata da 1.300 anime che già nel 2008, in una consultazione comunale, votarono a grande maggioranza per il distacco da Venezia e il passaggio al territorio friulano. Un desiderio che si è avverato solo dieci anni dopo, lo scorso novembre, con il via libera parlamentare. Un episodio marginale, certo. Che però potrebbe non rimanere isolato: sono 32 i Comuni veneti che negli ultimi anni hanno indetto dei referendum per fuggire nelle più ricche autonomie confinanti di Bolzano, Trento e Trieste. E così Sappada diventa metafora di qualcosa di più grande e dirompente: dell’insofferenza delle periferie verso la redistribuzione delle risorse nazionali, dell’abbandono della montagna e della necessità di rispolverare vecchie identità culturali per affrontare la globalizzazione.

L’identità, dicono. Anche per non apparire come dei protoleghisti, i comitati promotori del referendum per l’annessione al Friuli hanno sempre puntato su questioni geografiche, culturali e storiche. Prima territorio della Serenissima Repubblica di Venezia, poi (dopo una parentesi francese) la dominazione austriaca e infine, nel 1852, il passaggio dalla provincia di Udine a quella di Belluno: Sappada è sempre stata un territorio conteso. Tant’è che l’arcidiocesi di riferimento è rimasta quella udinese. Mentre l’ospedale, per chi abita in questa vallata dolomitica, è quello friulano di Tolmezzo. Il dialetto austriaco-bavarese fa del borgo un’isola germanofona.

«Le ragioni storiche ci sono e Sappada ha un legame reale e sentito con il Friuli», ammette il sociologo bellunese Diego Cason. Ma non è solo una questione di appartenenza culturale. «C’è anche un problema di rappresentanza – spiega Cason -. Sappada non è un caso isolato: nelle periferie d’Italia, come lo sono le comunità montane, c’è viva la percezione di quanto lo Stato nazionale non sappia più rappresentare gli interessi in modo intelligente e adatto alle peculiarità territoriali».

Una sensazione che ha provato anche Vania Malacarne, 49 anni, nel decennio passato a fare la sindaca di Lamon, altro Comune del bellunese che ha votato (al momento senza conseguenze) per farsi annettere alla provincia autonoma di Trento. «Sappada è solo l’esempio della mancanza di una politica per la montagna in Italia. Le autonomie locali nelle regioni vicine sono aiutate, c’è una maggiore attenzione per le esigenze del territorio. Mentre da noi, anche per ragioni elettorali, tutti si preoccupano della pianura che assicura più voti. E intanto i nostri abitanti decidono di andarsene». Oppure, come nel caso di Sappada, cercano residenza dove è minore la percezione dell’abbandono.

Per spiegare cosa intendono basta un numero: ogni abitante del Friuli Venezia Giulia riceve in servizi circa 19mila euro; in Veneto, invece non si superano i 15.500 euro. C’è poi il capitolo turismo, tema centrale per questa località sciistica e di camminate estive: a Sappada pur di aprire le piste si raccolgono quasi 200 mila euro facendo una colletta casa per casa, dei soldi che ora dovrebbero essere garantiti dalla società pubblica del turismo del Friuli Venezia Giulia. Senza contare i 25 milioni che la regione guidata da Debora Serracchiani ha appena stanziato per il rinnovo degli alberghi. E così che, sommando interessi e sentimenti, il piccolo borgo di Sappada è riuscito a mettere in crisi i confini d’Italia.


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