2018 così cambiano i confini del mondo

Cambia la gerarchia tra i continenti e il pendolo oscilla verso Est

I confini si sono rimessi in movimento. Le carte geografiche vanno aggiornate di continuo. Confini apparenti o confini invisibili, tutti sono soggetti a cambiamenti ed è importante capire perché.

Negli ultimi anni sono state rimesse in discussione le frontiere tradizionali tra Stati o dentro le nazioni, non solo in aree tipicamente instabili del pianeta ma perfino nella vecchia Europa. È il caso dell’espansionismo putiniano in Crimea o in Ucraina dove riaffiora l’antica sindrome zarista: la Russia non è mai abbastanza grande per sentirsi sicura, e per sentirsi sicura deve rendere insicuri i vicini. È il caso per il Regno Unito che decidendo di staccarsi dall’Unione europea altera il confine esterno di un’aggregazione sovranazionale. È il caso della Catalogna che tenta di divincolarsi dall’antica unità nazionale spagnola. Ma l’idea che l’Europa fosse un’area stabile è stata un’illusione breve. Senza risalire troppo indietro nella storia abbiamo avuto negli anni Novanta le guerre che hanno frantumato la Jugoslavia, la separazione morbida tra Repubblica cèca e Slovacchia, la riunificazione tedesca, la disgregazione dell’Unione sovietica. Le mappe geografiche stampate su carta sono soggette a obsolescenza veloce, le scorte di magazzino vanno mandate al macero. E fin qui siamo nell’ambito di fenomeni tradizionali, facili da spiegare con gli strumenti della geopolitica. L’evento più importante alla fine del Novecento è stata la fine della guerra fredda, la sconfitta dell’Unione sovietica, il fallimento comunista. Ne sono derivati effetti a cascata: gli ex-Stati satelliti dell’Urss, liberati dalla tutela di una superpotenza autoritaria, hanno visto sprigionarsi al proprio interno spinte centrifughe legate ad antiche incompatibilità etnico-nazionali o religiose. Anche nell’Europa occidentale la fine della guerra fredda consentiva il rifiorire di revisionismi geografici.

Delle metamorfosi ancora più profonde sono accadute nei confini invisibili: non tracciati da linee sulle carte ma talvolta perfino più importanti. In un’ottica di lungo periodo il cambiamento più denso di conseguenze è stato l’allargamento impetuoso delle frontiere dell’economia di mercato. Il capitalismo ha incluso nella propria area d’influenza enormi nazioni che erano state a lungo sotto regimi socialisti o altre varianti di dirigismo statale. La Cina, l’India, la Russia, il Vietnam, in pochi decenni hanno raggiunto il perimetro delle economie fondate su proprietà privata, profitto, apertura agli scambi, libertà nei movimenti di capitali. I confini dell’economia di mercato hanno incluso tre miliardi di persone in più. In parallelo i confini tra miseria e benessere si sono spostati in modo decisivo, con un progresso materiale che non ha precedenti nella storia umana. La globalizzazione ha ridotto le diseguaglianze tra nazioni. Tutto ciò è accaduto con un’accelerazione improvvisa, concentrata nell’ultimo quarto di secolo. La gerarchia dei rapporti di forze tra interi continenti si è rimessa in movimento. Il pendolo della storia torna a oscillare verso l’Estremo Oriente, segnalando un ritorno di centralità di quelle due nazioni (Cina e India) che furono le più avanzate mezzo millennio fa, alla vigilia dell’epoca coloniale.

Al tempo stesso, le regole del gioco che le classi dirigenti hanno definito per questa globalizzazione, hanno amplificato le diseguaglianze sociali all’interno di ciascun paese. Ne sono uscite stravolte pure le geografie elettorali: in Occidente la classe operaia e il ceto medio impoverito si sono sentiti traditi dalle élite, hanno cercato nella destra populista una difesa dei propri interessi e della propria identità. Nei paesi emergenti dei regimi autoritari hanno garantito crescita e benessere, ricacciando indietro l’avanzata delle liberaldemocrazie.

L’esaltazione della società multietnica, che a sua volta travolge confini nazionali e identitari, è diventata la bandiera valoriale di un’élite globalista, spesso animata da nobili aspirazioni, ma lenta nel capire il disagio dei più deboli: loro sì consapevoli che nella storia umana le migrazioni hanno sempre avuto vincitori e perdenti, a seconda di chi fa prevalere i propri sistemi di valori.


[Numero: 108]