Modello Vancouver

Vancouver, città olimpica dopo Torino, ha saputo inventarsi una nuova identità

Appena scesa dal palco della View Conference di Torino, il più importante evento italiano nel panorama dell’animazione e degli effetti speciali, Nancy Basi, 51 anni, Direttore del Vancouver Film & Media Centre, membro della commissione Vancouver Economic, si ritrova attorniata da una lunga coda di aspiranti creativi. C’è un uomo più che quarantenne, freelance, con gli occhi un po’ spiritati al pensiero delle nuove possibilità. Una ragazza paffuta che sa il fatto suo e vuole salvarsi dal pantano dei lavoretti post-laurea. Un giovane inglese. Una giovane con il padre. Basi ascolta tutti, sorride, consiglia siti per cercare le migliori offerte di lavoro. E soprattutto consiglia di farsi le ossa e imparare. Ha attraversato l’oceano per presentare la “success story” della sua città e a giudicare dalla fila che l’attende è atterrata in una realtà con una forte voglia di fuga e di sogno. Vancouver-Torino: due città che si sono scambiate la fiaccola olimpica tra 2006 e 2010, in cerca di nuova identità. Vancouver sembra averla già trovata. Torino continua con fatica a cercare.  

 

«Il problema di questi ragazzi è che vengono da me e dicono “Sono un giovane laureato, vorrei fare il grafico a Vancouver”. Ma il nostro obiettivo è quello di attirare i migliori talenti: le imprese hanno grande bisogno di nuove forze, ma è necessario saper dimostrare di essere necessari. Un visto di lavoro per il Canada per qualcuno che viene da fuori costa all’azienda 5.000 dollari. Per fare esperienza realtà come Glasgow o Londra sono già ottime basi». 

 

Com’è cambiata Vancouver negli ultimi anni e perché oggi è una sorta di nuova Hollywood per l’animazione e gli effetti speciali?  

«Vancouver è una città splendida. Ma fino a pochi anni fa era conosciuta solo per il turismo: da noi vige la regola dei venti minuti. Venti minuti per raggiungere l’oceano, venti per essere sulle piste da sci, venti per passeggiare nei boschi. Ma certo Vancouver, oltre a essere un hub di smistamento per le risorse naturali (come la legna o il pesce), non era certo rinomata come città per il business. Cambiare volto è stato il nostro obiettivo negli ultimi anni e oggi Vancouver ha un tasso di crescita del 4,1% annuo, con oltre 60 imprese attive a livello globale nel settore dell’animazione e della computer grafica. Un settore che fornisce più di 8.000 posti di lavoro, con un giro d’affari di 3,5 miliardi di dollari. Il nostro motto è “Se lo puoi immaginare, noi possiamo realizzarlo”».  

 

Come si è sviluppata l’industria dell’animazione e degli effetti visivi?  

«I primi film sono iniziati ad arrivare negli anni 80. Ma erano poche cose. Poi negli Anni 90 è arrivata la produzione di serie televisive come MacGyver e 21st Jump Street con un giovanissimo Johnny Depp: grandi successi che hanno iniziato a gettare le basi per un nuovo sviluppo. Le prime case di produzione di animazione hanno fiutato che qualcosa si stava muovendo e hanno aperto qui le loro sedi. Reinvestendo milioni di dollari. Un trend che si è dimostrato in continua crescita fino alla crisi economica. Ma che oggi ha ripreso vitalità con investimenti soprattutto nel settore 3D».  

 

Quali politiche sono state messe in atto per favorire lo sviluppo dell’industria creativa?  

«Soprattutto dopo la crisi economica ci siamo accorti che ci voleva una spinta per sostenere il settore. Gli investitori non volevano lasciare la città ma gli affari stavano rallentando. Ci sono stati importanti sgravi fiscali per le assunzioni, un aiuto al finanziamento di attività di ricerca e sviluppo e incentivi a prendere rischi: gli investimenti nelle start-up sono stati rifinanziati al 30% dal governo. E poi ovviamente si è puntato molto sulle infrastrutture: il sistema nervoso dell’economia. Sarebbe sbagliato però credere che la nostra industria creativa sia solo merito dell’iniziativa politica».  

 

Quello di Vancouver può diventare un modello per altre città?  

È possibile. Ma per far nascere e sviluppare un settore ci vogliono una concomitanza di elementi, che si rafforzano a vicenda. Prima di tutto devono esserci i talenti. Per questo servono scuole di eccellenza in grado di attrarli e formarli. Il nostro è un sistema che punta sia sul pubblico, dove gli studenti possono avere un‘ampia formazione di base, che sul privato, con scuole che insegnano direttamente le competenze e le tecniche richieste dal mondo del lavoro. Ci sono alcune delle eccellenze di settore a Vancouver come la Vancouver Film School o the Art Institute. I talenti però devono trovare un giardino dove fiorire. E per questo ci vuole qualcuno che abbia il coraggio di piantare i semi: questi sono gli investitori, che devono avere la voglia e il coraggio di scommettere sull’innovazione. L’aiuto del governo è fondamentale per garantire che l’impresa non diventi eccessivamente onerosa o rischiosa e nel rendere la burocrazia il più semplice possibile.  

 

Quanto hanno influito nel cambiamento della città i Giochi Olimpici Invernali del 2010?  

Moltissimo. Il governo ha messo in atto un vero e proprio Olympic Business Programme. E poi le infrastrutture ne sono uscite molto rafforzate: abbiamo costruito ad esempio lo Skytrain, la metropolitana che collega anche l’aeroporto alla città. Un aeroporto che è stato giudicato come il migliore di tutto il Nord America. Ma anche altri grandi eventi di settore ci hanno aiutato. Nel 2011 abbiamo ospitato la Sigraphh, la più importante conferenza sulla grafica digitale al mondo, che per la prima volta si è spostata al di fuori degli Stati Uniti. L’edizione è stata talmente un successo che l’abbiamo ripetuta nel 2014. E ora aspettiamo Sigraphh 2018. 

 

Ci sono edifici inutilizzati o abbandonati dopo le Olimpiadi?  

Nessuno. Sono tutti perfettamente funzionanti e al servizio della comunità.  

 


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